Origine degli aggettivi in な: storia, etimologia ed evoluzione Da nomi a aggettivi: cosa sono davvero gli aggettivi in な
Categoria: Storia della grammatica
Generalità sugli aggettivi in na
Nel giapponese moderno, gli aggettivi si dividono in due grandi categorie: gli aggettivi in -i (い形容詞, i-keiyōshi) e gli aggettivi in -na (な形容詞, na-keiyōdōshi). I primi terminano col suono い nella forma base e sono aggettivi “veri e propri”, dotati cioè di flessione autonoma (possono coniugarsi per esprimere tempo passato, negazione, ecc.), ad esempio atsui 暑い (“caldo”) o samui 寒い (“freddo”).
I secondi, invece, mantengono una forma invariabile e richiedono il morfema “な” (-na) quando precedono un sostantivo. Esempi comuni di aggettivi in -na sono kirei 綺麗 (“bello, pulito”) e yūmei 有名 (“famoso”) – che diventano rispettivamente kirei-na hana 綺麗な花 - (“un fiore bello”) e yūmei-na haiyū 有名な俳優 - (“un attore famoso”). Nel ruolo predicativo (cioè alla fine di una frase), questi aggettivi si comportano come nomi seguiti dalla copula “essere” (da/desu): ad esempio sono hana wa kirei desu その花はきれいです - (“quel fiore è bello”).
In sostanza gli aggettivi in -na hanno una natura nominale: non potendo coniugarsi da soli, usano forme del verbo “essere” come ausiliare per esprimere tempi e negazioni (proprio come farebbe un sostantivo). Nelle sezioni seguenti esploreremo le origini di questa categoria aggettivale, l’evoluzione del morfema -na dal giapponese antico a quello moderno, le ragioni storiche della sua nascita distinta dagli aggettivi in -i.
Origine storica degli aggettivi in na
La comparsa degli aggettivi in -na risale all’epoca classica della lingua giapponese. Durante il periodo Heian (794–1185) le persone avvertirono la necessità di esprimere qualità e concetti per i quali gli aggettivi nativi (in -i) risultavano “insufficienti”. La soluzione fu quella di creare nuovi aggettivi “nominali” a partire da sostantivi, unendo a essi una forma del verbo “essere”. In particolare, già nei testi antichi troviamo costruzioni del tipo [nome]+ にあり+ [nome], dove ni ari significa letteralmente “essere in (uno stato)”. Ad esempio, nel Man’yōshū (raccolta poetica dell’VIII secolo) appare l’espressione 「うつそみの人にある我れや」 - (utsusomi no hito ni aru ware ya) – letteralmente “io che sono una persona nel mondo terreno (cioè ancora in vita)” – in cui la frase nominale utsusomi no hito (“persona in carne e ossa, mortale”) viene collegata a ware (“io”) tramite ni ari. Questo uso di にあり serviva dunque a legare un nome qualificante al nome principale, indicando uno stato o una qualità. Successivamente, tale costruzione si evolse in forme sintetiche.
Durante il periodo Heian, ai sostantivi portatori di nuove qualità si cominciò ad aggiungere la terminazione -nari (fusione di ni + ari) oppure -tari (fusione di to + ari) per formare aggettivi aggettivali. In pratica, にあり si contrasse dapprima in nari (forma terminale) e naru (forma attributiva), creando i cosiddetti aggettivi “in -nari”, e parallelamente とあり divenne tari/taru, creando gli aggettivi “in -tari”. Per esempio, il termine shizuka 静か (“silenzio, quiete”), originariamente un nome, venne usato in frasi come 犬は静かなり - (inu wa shizuka-nari, “il cane è quieto”) e 静かなる犬 - (shizuka-naru inu, “cane quieto”). Allo stesso modo, un sostantivo come heizen 平然 - (“calma, compostezza”) poteva dare 平然たり - (heizen-tari, “è calmo”) e 平然たる犬 - (heizen-taru inu, “un cane calmo”).
Queste forme in -nari e -tari furono la base degli odierni aggettivi in -na: in particolare, gli aggettivi con coniugazione nari costituiscono i predecessori diretti dei moderni aggettivi in -na, mentre quelli con coniugazione tari si sono per lo più estinti o sopravvivono solo in espressioni molto formali (note come aggettivi in -taru).
La maggior parte degli aggettivi classici in -nari è dunque confluita negli aggettivi in -na del giapponese moderno, mentre le forme in -tari sono scomparse oppure rimangono cristallizzate in costrutti letterari in -taru.
Va notato che l’introduzione degli aggettivi in -nari/-tari coincise storicamente con un arricchimento lessicale dovuto ai contatti con la civiltà cinese. Molte parole descrittive di origine cinese (portate in Giappone attraverso i caratteri kanji) vennero adottate e adattate come aggettivi nominali durante l’era Heian.
Gli aggettivi in -na affondano infatti le loro radici sia nel lessico giapponese nativo sia in quello sino-giapponese. Da un lato, esistono aggettivi in -na formatisi da parole autoctone, spesso riconoscibili da suffissi in hiragana come -か (-ka) o -やか (-yaka) – ad esempio shizuka 静か (“silenzioso, calmo”) e nigiyaka 賑やか (“vivace, animato”) derivano da radici pure giapponesi. Dall’altro lato, un gran numero di aggettivi in -na proviene da termini cino-giapponesi (parole composte da kanji importate dalla Cina), i quali non rientravano nella flessione degli aggettivi in -i e sono stati rielaborati come aggettivi nominali.
Origine del morfema な e sua evoluzione
Come si è già detto sopra, il morfema na che caratterizza questi aggettivi ha un’origine storica ben precisa. Esso discende dall’antica copula -nari (forma contratta di ni + ari, “essere in [uno stato]”). Nell’uso del giapponese classico, nari era la forma terminale (finale) di questa copula, mentre -naru ne costituiva la forma attributiva, impiegata subito prima di un sostantivo. Ad esempio, nel Genji Monogatari o altre opere classiche si possono trovare frasi come 静かなる家 - (shizuka-naru ie, “una casa silenziosa”) o 花は綺麗なり - (hana wa kirei-nari, “i fiori sono belli”).
Con l’evoluzione verso il giapponese moderno, la forma attributiva -naru si è gradualmente erosa foneticamente fino a ridursi a -na. Questo passaggio è documentato: にあり ➜ なる ➜ な. Già nel giapponese medio (periodo Muromachi) compaiono esempi di utilizzo di na da solo come legame aggettivale al posto di naru.
Oggi -na conserva esattamente quella funzione attributiva: marcare l’aggettivo quando precede il sostantivo, svolgendo il ruolo che un tempo era di naru. Allo stesso modo, la forma predicativa だ (da) usata con gli aggettivi in -na è l’erede funzionale dell’antica nari, sebbene la sua origine etimologica sia leggermente diversa (probabilmente da discende da de ar(i), contrazione di ni te ari, un’altra costruzione copulativa emersa nel giapponese medio).
In ogni caso, sia nari che de ari sono imparentati, essendo entrambi derivati dal verbo ari (“essere”) combinato con particelle. Il morfema -na pertanto non è un semplice suffisso senza significato, ma rappresenta una forma contratta di un verbo ausiliario. In termini funzionali, possiamo pensare che na significhi qualcosa come “che è…”, collegando il concetto aggettivale al nome. Ad esempio, quando diciamo 綺麗な人 (kirei-na hito), letteralmente stiamo esprimendo “persona che è bella”. Non è un caso che i linguisti inglesi chiamino spesso gli aggettivi in -na “adjectival nouns” (nomi aggettivali) o “nominal adjectives”: il termine giapponese keiyō-dōshi (verbo aggettivante) sottolinea proprio che storicamente c’era un verbo (ari) nascosto dietro quel na. Nel giapponese odierno ari come elemento separato non si percepisce più, ma la presenza di na e da rivela l’antica costruzione sottostante.
Si stima che circa due terzi di tutti gli aggettivi in -na siano di origine sino-giapponese, tipicamente scritti interamente in kanji; esempi includono kirei 綺麗 (“bello, pulito”), anzen 安全 (“sicuro”) o kenkō 健康 (“sano”). In epoche successive, il meccanismo si è mantenuto produttivo: nuovi aggettivi entrati in giapponese da altre lingue – ad esempio prestiti moderni come arudente アルデンテ (“al dente”) o yunikū ユニーク (“unico, originale”) – vengono anch’essi trattati come aggettivi in -na (spesso scritti in katakana), confermando che questa categoria funge da “porta d’ingresso” per molte parole descrittive straniere.
Con il passare del tempo, la lingua giapponese ha semplificato le antiche forme in -nari. Già nel giapponese medio (periodo Kamakura-Edo) la copula classica nari iniziò a cedere il passo a nuove copule come de arimasu (da cui l’odierno da) in ambito parlato. Nel giapponese moderno la flessione nari sopravvive solo indirettamente: la forma attributiva è diventata l’attuale morfema “な” quando l’aggettivo precede un sostantivo, mentre la forma predicativa si esprime tramite da (forma piana) o desu (forma cortese), che storicamente derivano dal verbo aru (“essere, esistere”).
Ad esempio, l’aggettivo classico shizuka-naru - 静かなる (“quieto/tranquillo” in forma attributiva) corrisponde oggi a shizuka-na - 静かな, e shizuka-nari - 静かなり (“è tranquillo”) è stato rimpiazzato da shizuka da - 静かだ in giapponese contemporaneo. Questa evoluzione etimologica è ben illustrata dal termine kirei 綺麗 (“bello, pulito”): in un ipotetico percorso a ritroso, l’espressione moderna 綺麗な女 - (kirei-na onna, “una donna bella”) deriva dalla forma letteraria ormai antiquata 綺麗なる女 - (kirei-naru onna), la quale a sua volta discende dall’originale sintagma 綺麗にある女 (kirei ni aru onna, lett. “una donna che è in stato di bellezza”).
Curiosamente, l’antica forma -naru è talvolta usata ancora oggi in contesti poetici o solenni per conferire un’aura arcaica al discorso – ad esempio 静かなる田舎 - (shizuka-naru inaka, “la quieta campagna”) impiega volutamente naru al posto del normale na. In generale, però, la distinzione tra -nari (predicativo) e -naru (attributivo) è scomparsa dall’uso quotidiano, lasciando come eredi diretti il morfema -na e la copula da.
Perché una categoria distinta dagli aggettivi in -i?
Come mai il giapponese ha sviluppato una classe separata di aggettivi in -na, invece di includere i nuovi aggettivi al sistema degli aggettivi in -i? Le ragioni sono sia storiche che morfologiche:
- In primo luogo, gli aggettivi in -i costituivano un insieme chiuso e prevalentemente nativo: essi furono la prima tipologia aggettivale a comparire in giapponese e derivavano quasi esclusivamente dal vocabolario autoctono, non da prestiti cinesi. Questo significa che molte nozioni introdotte successivamente (specialmente tramite la lingua cinese) non avevano un corrispettivo aggettivale già esistente in -i. Nel periodo di massimo influsso cinese (Heian), piuttosto che alterare la morfologia degli aggettivi esistenti, si preferì sfruttare una costruzione sintattica: trasformare i sostantivi nuovi in descrittori usando nari/ari, come descritto sopra. In altre parole, parole sino-giapponesi indicanti qualità o stati (ad esempio 静寂 seijaku, “silenzio”, 健康 kenkō, “salute”, 安全 anzen, “sicurezza”) vennero integrate non come i-keiyōshi ma come nominali, legandole al nome da modificare tramite un verbo ausiliare (“essere”) invece che tramite infissione. Ciò portò alla nascita di una categoria grammaticale distinta. Possiamo immaginare che, se il giapponese antico avesse già posseduto aggettivi in -i per concetti come “silenzioso” o “sicuro”, forse gli aggettivi in -na non sarebbero proliferati; ma poiché tali aggettivi mancavano, la lingua ha colmato il vuoto con un meccanismo diverso, convertendo sostantivi in aggettivi per mezzo di nari/なり.
- Un altro fattore è la struttura linguistica dei prestiti sino-giapponesi. Spesso questi termini erano nominali per natura (in cinese le parole radice non cambiano forma a seconda della funzione grammaticale). Quando furono adottati, mantenevano la loro staticità morfologica, richiedendo dunque un elemento di collegamento quando usati come attributi. In giapponese esisteva già la particella no の per collegare un sostantivo qualificante a un altro sostantivo (simile a “di” in italiano, es: Nihon no kotoba = “lingua del Giappone”).
Tuttavia, usare no avrebbe lasciato il primo termine nella categoria dei nomi. Nel nostro caso, invece, aggiungendo -nari (poi -na) quei termini nominali acquisirono una flessione verbale aggettivale, entrando a pieno titolo nel circuito dei predicati e degli aggettivi. Si noti infatti che l’unica differenza sintattica tra un nome comune e un aggettivo in -na sta proprio nella marcatura attributiva: un nome per qualificare un altro nome usa no, mentre un aggettivo in -na usa na. Ad esempio, hito no kodomo 人の子供 (“figlio di una persona”) usa no, ma yūmei na hito 有名な人 (“persona famosa”) richiede na.
Questa distinzione no/na segna il confine tra un semplice composto nominale e un aggettivo vero e proprio. In epoca classica, l’uso di nari segnalava appunto che il primo elemento, pur essendo etimologicamente un nome, stava funzionando come un aggettivo. Col tempo, dunque, si è legittimata una classe separata di aggettivi “nominali” proprio perché essi rappresentavano un modo produttivo per importare nuove qualità lessicali senza stravolgere la morfologia nativa degli aggettivi in -i.
Da un punto di vista grammaticale, l’esistenza di due categorie aggettivali riflette due meccanismi di flessione differenti: uno sintetico e uno analitico. Gli aggettivi in -i adottano la flessione sintetica ereditata dal giapponese arcaico (dove gli aggettivi avevano varie desinenze come -ku, -shi, -ki, ecc.); ad esempio akai 赤い (“rosso”) può inflettersi in akaku (forma in -ku, ad esempio in akaku naru, “diventare rosso”), akakatta (forma passata, “era rosso”), akaku nai (“non è rosso”) e così via.
Gli aggettivi in -na invece seguono un modello analitico: non modificano il proprio suffisso, ma combinano il tema nominale con opportune forme della copula da/desu. Ad esempio, hen 変 - (“strano”) in funzione aggettivale resta hen ma richiede “な” davanti a un sostantivo (henna hito 変な人, “una persona strana”)* e “da” per affermare lo stato (hito ga hen da 人が変だ, “la persona è strana”). Le varie forme verbali di “essere” forniscono tempi e negazioni: hen da 変だ (“è strano”), hen datta 変だった (“era strano”), hen dewa nai 変ではない (“non è strano”), hen dewa nakatta 変ではなかった (“non era strano”), ecc.. In sintesi, mentre gli aggettivi in -i coniugano l’aggettivo, quelli in -na coniugano il verbo essere.
Questo spiega perché in giapponese essi vengono chiamati 形容動詞 (keiyō-dōshi), letteralmente “verbi aggettivali”: storicamente contenevano la radice del verbo ari (“essere”) nella forma attributiva, e ancora oggi si appoggiano a da/desu per funzionare. Un vantaggio di questo sistema duale è la flessibilità nell’uso dei modificatori e delle strutture di frase.
Poiché gli aggettivi in -na si comportano grammaticalmente in modo simile ai nomi, possono essere preceduti da avverbi di grado (molto, abbastanza, ecc.) cosa che di norma non è possibile con un sostantivo puro. Ad esempio, è corretto dire kanari mujihi-na kōi - かなり無慈悲な行為 (“un atto piuttosto spietato”), dove kanari かなり (“abbastanza, piuttosto”) modifica mujihi-na 無慈悲な (“spietato”).
Invece con un sostantivo comune + da una costruzione simile suonerebbe innaturale. Ciò evidenzia che gli aggettivi in -na, pur derivando da nomi, funzionano come aggettivi a tutti gli effetti nella sintassi moderna. Allo stesso modo, possono formare avverbi con -ni (相当 ni): ad esempio shizuka ni hanasu - 静かに話す – “parlare in modo silenzioso” – dove shizuka ni è l’avverbiale di shizuka-na (“quieto, silenzioso”).
Gli aggettivi in -i formano i corrispettivi avverbi cambiando -i in -ku (es: hayai 速い, “veloce” → hayaku 速く, “velocemente”), mentre gli aggettivi in -na aggiungono ni dopo il tema aggettivale (es: shizuka 静か, “quieto” → shizuka-ni 静かに, “quietamente”). Questa differenza risale all’origine copulativa degli aggettivi in -na: -ni non è altro che la particella originale che collegava il nome al verbo ari, mantenuta oggi come marcatore di funzione avverbiale.
Infine, è interessante notare che dal punto di vista linguistico il confine tra aggettivi in -na e nomi rimane sfumato. Per alcuni studiosi gli aggettivi in -na non sono altro che nomi seguiti dalla copula, e dunque non andrebbero considerati una categoria a sé stante. Ad esempio, il dizionario giapponese Kōjien non elenca “形容動詞” come parte del discorso autonoma, trattando parole come seiren 清廉 (“integrità, purezza [morale]”) o haran-banjo 波乱万丈 (“pieno di avvenimenti”) direttamente come nomi sostantivati, non come aggettivi. In passato era infatti comune usare tali termini con no invece di na – ad esempio 清廉の人 (“una persona di integrità”) – e solo in seguito si è affermato l’uso aggettivale 清廉な人 (“una persona integra”).
Ciononostante, la grammatica scolastica giapponese (derivata dallo studio di Hashimoto Shinkichi e altri linguisti del XX secolo) continua a distinguere formalmente gli aggettivi in -na come parte del discorso separata, proprio perché essi presentano una coniugazione fissa (il verbo “essere”) che li differenzia dai sostantivi puri. In pratica, per fini didattici e descrittivi, si considera utile separare gli aggettivi in -na dai nomi, sottolineando la loro funzione attributiva e predicativa analoga a quella degli aggettivi in -i, pur riconoscendo che strutturalmente restano legati a forme nominali.
In conclusione, la nascita di una categoria distinta di aggettivi in -na è dipesa sia dall’esigenza di incorporare nuovi concetti descrittivi (spesso di origine esterna) sia dalla natura nominale di tali concetti, che ha favorito un trattamento grammaticale diverso rispetto agli aggettivi nativi. Ciò ha portato il giapponese ad avere due vie parallele per esprimere le qualità: una tramite aggettivi flessivi (in -i) e una tramite aggettivi nominali (in -na), ciascuna con le proprie peculiarità ma cooperanti nel dare ricchezza espressiva alla lingua.
Per ricapitolare questo percorso evolutivo, possiamo scomporre un esempio:
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Antico (VIII sec.): 綺麗にあり女 – kirei ni ari onna (“donna che esiste in [stato di] bellezza”)
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Classico (X sec.): 綺麗なる女 – kirei naru onna (“donna bella”, con naru attributivo)
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Moderno: 綺麗な女 – kirei na onna (“donna bella”, forma attuale)
Come si vede, にあり → なる → な: il morfema na di oggi è l’erede diretto di quella catena. L’uso moderno di na è ormai grammaticalizzato, cioè i parlanti non lo percepiscono più come una parola autonoma (“essere”) ma come parte integrante dell’aggettivo.
Ciò nondimeno, la sua origine spiega molte particolarità: ad esempio perché gli aggettivi in -na usino に per formare avverbi (静かに “silenziosamente”) – è un riflesso dell’antico ni ari – o perché abbiano bisogno di da per affermare l’attribuzione. Anche il nome della categoria, 形容動詞 - “verbo aggettivale”, acquista senso sapendo che na deriva da un verbo ausiliare. In definitiva, il piccolo -na porta con sé un pezzo della storia della lingua giapponese: è la traccia visibile di come, oltre mille anni fa, i giapponesi hanno ingegnosamente fuso nomi e verbi per creare nuovi aggettivi e arricchire la loro capacità espressiva.
Fonti:
- Shogakukan Kokugo Dai Jiten (辞典) e altri dizionari di giapponese classico
- Man’yōshū (万葉集), poema 165
- 日本語文法書 (Grammatiche della lingua giapponese)
- Wikipedia (ed. giapponese), voce 形容動詞
- Wikipedia (ed. inglese), Japanese adjectives
- Nipponikai.it – Aggettivi giapponesi: spiegazione semplice, regole ed esempi
- StackExchange Japanese, Historical precursor to な? (discussione sulla storia degli aggettivi in -na)