La particella か come marcatore di indeterminazione: significato, uso e origine とか・何か・何人か: come か crea indefinitezza nel giapponese

Come nascono espressioni come 何か, 誰か o 何人か?

È importante sapere che la particella in giapponese non è soltanto un marcatore interrogativo, ossia l’equivalente di un “?” in fondo alla frase, (abbiamo già esaminato in un precedente articolo un uso interessante di ka all’interno del marcatore のか), ma funge anche da marcatore dell’ignoto o dell’indeterminato. In altre parole, か segnala che qualcosa non è definito o conosciuto, e per questo viene impiegata in vari contesti: per formulare domande, per elencare alternative (funzione simile a “o”), e per formare pronomi indefiniti quando segue un pronome interrogativo.

Quest’ultimo uso non viene praticamente mai illustrato nella grammatiche o manuali per stranieri, che di solito si limitano a fornire la traduzione di nomi/pronomi/avverbi indefiniti, senza però dare di fatto una spiegazione circa la loro origine o meccanismo di formazione.

Al fine di superare questa barriera, di seguito analizzeremo questo uso “meno noto” di か come indicatore di indeterminatezza, illustrandone la grammatica che dietro ad esso si cela, ricostruiremo la sua storia (sulle origini della particella か torneremo in un articolo dedicato), chiudendo con la consueta tabella riepilogativa e degli esempi concreti.


La particella か come marcatore di indefinito

La funzione “indeterminante” di  in forme come 何か何人か o いくつか nasce dall’interazione tra la natura indeterminata delle basi interrogative (es. - cosa?) o interrogative quantificazionali (es. 何人 - “quante persone?”, in genere rispettivamente indicate con le abbreviazioni wh‑words e wh‑numerali e la particella  che, a seconda del livello sintattico a cui si aggancia, può realizzare un operatore di domanda oppure un meccanismo di selezione/esistenza che produce un indefinito (“qualcosa/qualcuno/alcuni”). Tralasceremo il primo caso (quello classico), che non è oggetto di questo studio, per dedicarci alla descrizione del secondo.

Infatti nella grammatica giapponese le wh-forme (, , どこ ecc.) sono in genere trattate come elementi interrogativi; tuttavia, quando combinate con particelle come か, possono dar luogo a espressioni indeterminate.

In molte analisi formali (wh-word + か), queste sequenze vengono interpretate come pronomi indeterminati: elementi che non sono intrinsecamente interrogativi, ma introducono un insieme di alternative (es. possibili individui, quantità o luoghi), che richiede l’intervento di un operatore grammaticale appropriato per essere interpretato.

Un modo utile di “vederla” (compatibile con molte implementazioni formali) è:


Meccanismo morfologico e composizione

In giapponese moderno, l’indefinito wh + か si comporta tipicamente come una struttura nominale che può ricevere marcatori di caso e particelle: ad esempio 何かを, 誰かに, どこかへ, 何人かが. Questo è coerente con la descrizione tradizionale dei dizionari (es. 「代名詞 + 助詞 か」), che distinguono tra か come uso interrogativo/retorico e come uso indefinito.

In questa trattazione, quello che ci interessa è il secondo. Dal punto di vista della composizione, lo schema può essere rappresentato così:

Di fatto gli usi comuni di か per creare elementi indefiniti sono i seguenti:

Con i pronomi interrogativi

Aggiungendo a un pronome interrogativo (ad esempio come abbiamo visto nani “che cosa”, dare “chi”, どこ doko “dove”, いつ itsu “quando”, ecc.), esso si trasforma in un pronome indefinito dal significato non specifico. Ad esempio:

In tutte queste espressioni, segnala che l’identità dell’elemento non è specificata: può essere ignota al parlante oppure semplicemente irrilevante nel contesto.

Una regola empirica, o meglio un modo intuitivo per comprenderne il funzionamento è immaginare la domanda implicita contenuta nella base interrogativa e fornirne una risposta non specificata. Ad esempio, alla domanda “誰?” (“chi?”), una risposta indefinita sarà “qualcuno”, cioè 誰か.

Nella frase 「誰かが来た。」 (dareka ga kita) – “È venuto qualcuno.”, 誰か non chiede “chi?”, bensì afferma che esiste un certo individuo (non identificato) che è venuto. Analogamente 「何かがおかしい」 (nanika ga okashii) significa “C’è qualcosa di strano.”, esprimendo vaghezza su cosa sia esattamente. Questo uso è dunque completamente diverso dall’uso interrogativo di : *qui non stiamo ponendo una domanda, ma indicando intenzionalmente un’informazione indeterminata.

Con gli interrogativi di quantità

Quando segue un termine interrogativo quantitativo (come いくつ ikutsu “quanti (pezzi)?”, 何人 nan-nin “quante persone?” ecc.), il risultato è un’espressione che significa “alcuni” o “un certo numero di…”, implicando una quantità plurale ma piccola/limitata.

Ad esempio, 何人か (nan-nin ka) significa “alcune persone” (letteralmente “quante persone? + indef.”) e suggerisce qualche individuo, pochi in tutto. Allo stesso modo 「いくつか食べた。」 (Ikutsu ka tabeta) – “Ne ho mangiati alcuni.” usa いくつか per indicare qualche pezzo (non molti).

Questa sfumatura indica che non solo rende indefinita la quantità, ma la contestualizza spesso come modesta (in contrapposizione, ad esempio, a いくつも, dove も può implicare quantità maggiori o enfatizzate).

Nelle espressioni con とか

L’elemento とか contiene al suo interno la particella e nasce storicamente dalla combinazione della particella coordinativa (che serve a presentare gli elementi come un insieme chiuso o completo) e . Questa sequenza si è successivamente grammaticalizzata in un’unica forma.

In giapponese moderno, とか svolge tipicamente la funzione di particella di elencazione indefinita o di vaghezza, utilizzata per presentare esempi non esaustivi o per attenuare la precisione dell’enunciato. Di とか come marcatore di elenchi indefiniti si parla praticamente in tutte le grammatiche di base; tuttavia, raramente viene esplicitato che questa funzione riflette il valore originario di indeterminazione associato a .

Si usa come detto sia per elencare esempi non esaustivi, sia per riportare informazioni incerte o indirette. Ad esempio: 「漱石とか鴎外とかといった文人」“letterati come Sōseki, Ōgai, ecc.,” utilizza とか dopo ciascun nome per indicare una lista aperta di esempi. Qui とか è simile a “tipo” / “come per esempio” in italiano, segnalando che gli elementi menzionati sono rappresentativi ma non limitati a quelli. Anche 「寿司とかラーメンが好きです」 significa “mi piacciono il sushi, il ramen e cose del genere”, indicando preferenze non circoscritte a un elenco chiuso. Inoltre, とか compare in frasi come 「家族が病気だとかで困っているらしい」“ho sentito che pare sia nei guai perché ha un familiare malato, o qualcosa del genere”, dove とか esprime incertezza o riportato: il parlante attenua l’informazione come non del tutto confermata (“dicono che…”, “sembrerebbe che…”).

In tutti questi usi, la presenza di (all’interno di とか) aggiunge l’idea che ci siano altre possibilità, altri elementi non esplicitati o un margine di dubbio. Questo la distingue dalla semplice particella (che da sola è un citativo o un e/o enumerativo più definito) e dall’altra particella di elenco , poiché とか enfatizza la non esaustività o l’incertezza: ad esempio, AやB significa “A, B, ecc.” neutro, mentre AとかBとか tende a suonare più come “A, B e cose simili/altro” o anche “A o B o qualcosa del genere”.


Analisi storica di か come marcatore di indeterminatezza

L’utilizzo di か per creare forme indeterminate affonda le sue radici nei primordi della lingua giapponese. Studi etimologici indicano che questa particella deriva dal Proto-Giapponese (Proto-Japonico) *ka, il che significa che già nella protolingua era presente un elemento con questa funzione. I più antichi testi giapponesi conservati mostrano chiaramente l’uso di か in accezioni interrogative e indeterminate.

Ad esempio, nella raccolta poetica Man’yōshū (759 d.C., con materiali risalenti anche a secoli precedenti) e nel Kojiki (712 d.C.) compaiono costruzioni con か che esprimono domanda, dubbio o indefinitezza. Ciò indica che sin dall’VIII secolo (e probabilmente ancor prima oralmente) か fungeva da particella dubitativa in senso ampio, utilizzata sia per porre interrogativi sia per sfumare enunciati con incertezza.

Nella lingua giapponese classica (periodo Heian e successivi), era annoverata tra le 係助詞 (particelle legative o “di correlazione”), cioè particelle che legavano una parte della frase al verbo finale conferendo una certa modalità. In particolare, in epoca classica serviva per enfatizzare interrogatività o congettura e richiedeva che il predicato assumesse la forma attributiva (連体形) invece della conclusiva (終止形) – un fenomeno sintattico noto come kakari-musubi.

Per esempio, una frase classica come 「誰が天地を造りしか。」 (dare ga tenchi o tsukurishi ka“Chi ha creato il cielo e la terra?”) mostra posposto alla forma attributiva tsukurishi del verbo tsukuru (“creare”). Questo か finale indicava appunto una domanda diretta (in questo caso retorica o poetica), funzione molto simile all’uso interrogativo moderno, ma integrata in un diverso sistema grammaticale.

Allo stesso modo, nei testi pre-moderni troviamo all’interno della frase dopo termini interrogativi o avverbi, sempre con valore dubitativo/indeterminato.

Ad esempio, il Man’yōshū contiene frasi come 「…帰れとか…」 in cui とか (già allora scritto con caratteri man’yōgana) esprime incertezza o supposizione poetica. Queste attestazioni antiche confermano che l’uso “indeterminativo” di か non è un fenomeno recente o colloquiale, ma parte integrante della grammatica giapponese da almeno 1300 anni.

Nel corso del tempo, la particella ha mantenuto notevole continuità funzionale, pur adattandosi all’evoluzione del giapponese. Durante il medioevo linguistico (giapponese medio), l’uso di si è esteso anche alle frasi subordinate per introdurre interrogative indirette (“se/che…?”), funzione che in parte persiste nell’odierno costrutto 「…かどうか」 (“se … oppure no”) e nelle subordinate interrogative con (es: 「行くか知らない」“non so se andrà”).

Si osserva inoltre storicamente una differenziazione tra e un’altra particella interrogativa antica, : infatti in epoca classica era spesso impiegata per domande sì/no o esclamative, mentre appariva più in domande con pronomi interrogativi o in contesti dubitativi/rhetorici. Col passare dei secoli, è caduta in disuso come particella interrogativa (sopravvive oggi solo in espressioni cristallizzate o dialetti), mentre è rimasta il principale indicatore interrogativo e indefinitivo anche nell’giapponese moderno. Questa longevità suggerisce che il nucleo semantico di – l’idea di possibilità, scelta aperta o mancanza di certezza – ha sempre avuto un ruolo fondamentale nella sintassi giapponese.

Un aspetto interessante dell’evoluzione di riguarda proprio la formazione dei pronomi indefiniti: come visto, la formula “interrogativo + か” è produttiva già dall’antichità. In linguistica comparata si osserva che molte lingue dell’Asia Orientale (e non solo) formano i pronomi indefiniti aggiungendo particelle o affissi ai pronomi interrogativi. Il giapponese non fa eccezione: la particella si è grammaticalizzata come suffisso indefinitizzante. Possiamo dire che storicamente una forma come nani ka (lett. “che cosa + ka”) è passato dall’essere forse una struttura fraseologica (“[sarà] che cosa?” implicando incertezza) a un’unica parola lessicalizzata (何か, “qualcosa”).

Questa grammaticalizzazione di è antica e stabile, tanto che oggi i madrelingua percepiscono espressioni come 誰か, 何か, いつか ecc. come unità lessicali (pronome + enclitica), analoghe ai nostri “qualcuno, qualcosa…” in cui l’elemento “qual-” indica indefinitezza. L’origine esatta di in proto-giapponese potrebbe essere collegata a un enclitico interrogativo (forse correlato ad altri elementi come l’interiezione interrogativa “ka?” presente in alcune lingue affini), ma data la mancanza di testi pre-8° secolo le ricostruzioni restano ipotetiche. Ciò che però è certo è che già nelle prime testimonianze scritte か svolgeva i medesimi ruoli chiave che vediamo oggi, il che suggerisce un’origine profondamente radicata nella struttura della lingua.


Tabella riepilogativa

Nella seguente tabella sono riassunti gli usi tipici di come marcatore per creare elementi indefiniti. Al fini di avere un primo metro di confronto, nella tabella sono riassunti anche altri usi tipici della particella . In questo articolo non ci soffermiamo su questi valori, poiché l’obiettivo è analizzare come marcatore di indeterminazione (wh + か). Torneremo su questi altri usi in un articolo dedicato, dove verranno analizzati in modo sistematico.

Già da questa tabella però appare chiaro come non si limiti a marcare l’interrogazione, ma si estenda a una serie di funzioni che includono indeterminazione, disgiunzione, approssimazione e sfumature modali.

In altre parole, a partire dal valore interrogativo originario, si sia sviluppato un sistema articolato di espressioni con diversi gradi di apertura, incertezza e scelta.

FormaFunzioneStrutturaEsempioNota storicaUso
何かindefinito (“qualcosa”)[何 + か]

何かの役に立つ
“essere utile in qualche modo”

Serie wh + か già attestata
in epoche premoderne

elevata; produttivo
何人かquantificatore (“alcuni”)[何人 + か]

何人か友達ができた
“mi sono fatto alcuni amici”

sviluppo regolare della serie
con base numerale

elevata; parlato e scritto
いくつかindefinito (oggetti)[いくつ + か]

いくつかの例を挙げる
“fare alcuni esempi”

parallelo alle altre forme
wh + か

elevata; contesti esplicativi
どこかindefinito locativo[どこ + か]

どこかで会った気がする
“mi sembra di averti incontrato da qualche parte”

valore di incertezza locativa
nella serie wh + か

molto frequente
XかYdisgiunzione (“o”)[X か Y]

雨か雪が降るだろう
“pioverà o nevicherà”

sviluppo della funzione coordinativa
in epoca più tarda

altissima produttività
…かどうかinterrogativa indiretta[…] かどうか

実現されるかどうか分からない
“non so se si realizzerà”

costruzione moderna stabile
(alternativa P / non-P)

molto frequente
…か (finale)domanda / conferma[…] か

君も行きますか
“anche tu vai?”

espansione dell’uso interrogativo
nel giapponese moderno

estremamente frequente
…か何かapprossimazione[X か 何か]

ライターか何か持っていない?
“non hai un accendino o qualcosa del genere?”

esprime insieme aperto
di alternative

frequente nel parlato
か(副助詞)incertezza attenuata[…] か

心なしか寒い
“mi sembra quasi che faccia freddo”

derivazione dal valore interrogativo
con sviluppo modale

meno produttivo ma attestato

Esempio d’uso

何か (nanika)

Se c’è qualcosa che vuoi mangiare, dillo senza farti problemi. Ho l’impressione che nella stanza si sia sentito qualcosa di strano.

どこか(dokoka)

Nel fine settimana vorrei andare in qualche posto (da qualche parte) tranquillo e rilassarmi. Nella sua spiegazione c’è qualcosa che non mi convince del tutto.

誰か(dareka)

Qualcuno potrebbe spiegarmi come risolvere questo problema? Mi è sembrato che qualcuno mi chiamasse da dietro.

何人か(nan-nin ka)

Sembra che alcune persone saranno assenti alla riunione. Davanti alla stazione alcuni turisti stavano scattando foto.

いくつか(ikutsu ka)

Penso che in questa proposta ci siano diversi punti da migliorare. Avrei alcune domande da fare, è un buon momento?

とか(toka)

Di solito nei giorni liberi passo il tempo guardando film o leggendo libri, cose del genere. In riunione si parlerà soprattutto di cose come le vendite e i nuovi progetti.


Conclusione

Sul piano grammaticale la particella in funzione di marcatore di indeterminatezza rende volutamente vaga una parte della frase, indicando che qualcosa – un oggetto, una persona, una quantità, una scelta, una ragione, ecc. – non è specificata. Questa indeterminatezza può derivare dal fatto che il parlante non conosce l’informazione precisa (es. “qualcuno/qualcosa” perché non sa esattamente chi/cosa), oppure non vuole specificarla o impegnarsi in un’affermazione definitiva (es. “tizio o caio”, “famiglia malata o giù di lì”).

Dal punto di vista semantico, il contributo di è proprio quello di segnalare possibilità aperte, dubbio o non specificità. Questo concetto unificante spiega perché usi all’apparenza diversi – domande, pronomi indefiniti, elenchi indefiniti – in realtà siano collegati: in tutti i casi c’è di mezzo qualcosa di sconosciuto o non deciso.