しっかりした・落ち着いた: perché il passato giapponese diventa aggettivo Il passato come stato: analisi della forma in ~た usata come attributo
Categoria: Giapponese di nicchia
In giapponese è possibile modificare un sostantivo anteponendogli un verbo coniugato in forma attributiva (連体形 rentai-kei), spesso al passato in -ta, in modo tale da attribuirgli una qualità o stato.
In altre parole, si forma una struttura equivalente a quella di una proposizione relativa ridotta con valore aggettivale. Dunque non è il “passato” temporale, ma un passato stativizzato che descrive una proprietà.
Ad esempio, espressioni come 「しっかりした人」, 「落ち着いた人」 o 「きちんとした服装」 contengono verbi al passato (した, いた) che precedono un nome, ma l’interpretazione non è di un’azione passata, ma di una qualità attuale del nome.
Queste locuzioni funzionano di fatto come aggettivi: 「しっかりした人」 significa “una persona solida/affidabile” (non “una persona che si è rafforzata”), 「落ち着いた人」 vuol dire “una persona calma, posata” (non “una persona che si è calmata [in passato]”), e 「きちんとした服装」 indica “un abbigliamento ordinato, adeguato” (non “un abbigliamento che è stato messo in ordine”).
Questa particolare forma attributiva è in genere ignorata dalle grammatiche e manuali per stranieri, ma di sovente fa la sua comparsa già da JLPT N4 negli esercizi di comprensione testo e se non si è in grado di intepretarla nella maniera adatta, si rischia di non saper cogliere sfumature importanti.
In questo articolo vedremo l’origine del fenomeno sopracitato, ne osserveremo il comportamento nel giapponese moderno e chiuderemo con una serie di esempi.
Radici storiche del fenomeno
Per comprendere l’origine di questo uso, è importante sapere che il cosiddetto “passato” giapponese (-ta) in realtà nasce storicamente come un ausiliare aspettuale che indica cioè la compiutezza o uno stato risultante.
Come abbiamo già visto nell’articolo sulla storia degli aggettivi in -な, nel giapponese classico esisteva una distinzione tra: forma predicativa (終止形) e forma attributiva (連体形) . Molti predicati avevano una forma che serviva specificamente a modificare un nome.
Esisteva l’ausiliare 「〜たり」 (forma attributiva 〜たる), derivato dalla costruzione 「〜てあり」 (un verbo in forma in -te + il verbo aru = esserci). Tale costruzione originariamente significava che un’azione era “stata fatta e ne sussiste il risultato”. Col tempo, -tari/-ta si è grammaticalizzato come marchio del passato perfettivo (forma passata che a differenza del passato remoto indica un specifica azione “chiusa”) nel giapponese moderno.
Ciò spiega perché 「〜た」 non sempre indica un passato temporale, ma spesso un’azione compiuta o uno stato conseguente. Un classico esempio è 「まっすぐ伸びた道」 - “una strada che si estende dritta”, classificato proprio come caso in cui「〜た」esprime una condizione, ossia uno stato [状態].
Anche gli aggettivi in -i portano traccia di questa origine: la loro forma passata in -katta deriva dalla fusione di 「-ku + atta」 (dove aru fungeva da ausiliare passato). Ad esempio, 美味しい (buono da mangiare) al passato diventa 美味しかった dalla contrazione di 美味しく +あった - oishiku + atta.
Allo stesso modo, nel giapponese arcaico, un verbo come 壊れる (rompersi) dava 壊れ + たり/たりし per indicare “esser rotto”; oggi abbiamo 壊れた. Insomma, -ta conserva in sé il senso di “aver fatto/essere diventato (qualcosa)”.
Pertanto costruzioni come X shita hito originariamente significano “persona che ha fatto X / che è diventata X” – e da ciò origina il significato aggettivale di “persona X (nell’aspetto/carattere)”. Ad esempio, 「変わった人」 viene letteralmente da “persona che è cambiata” ma significa “persona strana/differente dal solito” (cioè non comune, fuori dal normale).
Come vedremo nel prossimo paragrafo, nel giapponese moderno questa distinzione collassa e il risultato è che la stessa forma può: chiudere la frase o modificare un nome. Questo è il primo passo fondamentale: il sistema diventa più flessibile ma meno esplicito. La forma in 〜た ha assorbito anche funzioni attributive e soprattutto è diventata un modo naturale per esprimere uno stato risultante o catteristica consolidata.
Descrizione
Da un punto di vista grammaticale, la struttura in uso nel giapponese moderno è quella di un nome qualificato da una frase subordinata attributiva (連体修飾節 rentai-shūshoku setsu). Tuttavia, in questi casi particolari, come è stato già detto, la subordinata non descrive un evento passato specifico, ma uno stato risultante o una caratteristica.
Si tratta dunque di verbi usati prenominalmente a scopo descrittivo, un uso che alcuni grammatici giapponesi chiamano proprio uso aggettivale del verbo attributivo (o predicato).
Grammaticalmente, costruzioni come 「Xした + 名詞」 o 「Xだった + 名詞」 - Verbo alla forma passata + nome, rientrano nelle proposizioni relative giapponesi. Infatti in giapponese, qualsiasi verbo o aggettivo può porsi prima di un nome per qualificarlo (senza bisogno di pronomi relativi come “che”): ad esempio 「眠っている子供」 significa “bambino che sta dormendo”, 「昨日図書館に行った人」 significa “la persona che è andata in biblioteca ieri”.
Nel caso particolare che stiamo esaminando, però, la relativa è usata come equivalente di un aggettivo: il verbo (spesso un verbo di cambiamento di stato o un verbo come する preceduto da un avverbio) si presenta in forma passata per suggerire che l’azione è compiuta e permane il risultato. In altre parole, il tempo passato giapponese in questi modificatori svolge in realtà una funzione di aspetto perfettivo: indica qualcosa “che è stato fatto/compiuto” con l’implicazione “e quindi ora se ne vede l’effetto”.
Come abbiamo già visto ad esempio, 「まっすぐ伸びた道」 viene esplicitamente interpretato dai grammatici come una strada in stato di essere dritta. Analogamente 「落ち着いた人」 equivale a 落ち着いている人 (persona che è calma), e 「ちゃんとした人」 corrisponde a ちゃんとしている人 (persona che si comporta bene), anche se spesso l’uso colloquiale preferisce la forma in -ta per esprimere la qualità permanente.
Va osservato che non sempre la forma in -te iru e la forma in -ta sono intercambiabili nei modificatori nominali: in molti casi la forma in -ta è obbligatoria o comunque più naturale per esprimere uno stato attributivo. Ad esempio, si dice 「落ち着いた雰囲気」 (“atmosfera calma/tranquilla”) e non 落ち着いている雰囲気, così come 「自信に満ちた笑み」 (“sorriso pieno di fiducia”) è più naturale di 自信に満ちている笑み.
Ciò accade perché, quando un verbo esprime uno stato risultante, nella forma attributiva il giapponese tende a usare la forma passata in -ta invece del progressivo -te iru. Si nota proprio che per certi verbi di stato la relativa in -te iru “si riduce” alla forma in -ta. In sostanza, il giapponese preferisce 壊れた窓 a 壊れている窓 per dire “finestra rotta” (stato risultante), oppure 乾いた服 invece di 乾いている服 per “vestiti asciutti”, mentre userà 〜ている in relative che indicano uno stato continuativo o un’azione in corso (es. 歩いている人 “persona che sta camminando”).
Possiamo quindi definire questo fenomeno come uso aggettivale della frase verbale attributiva in -ta, o più semplicemente come è stato già accennato, uso attributivo del predicato. E’ bene ricordare ancora che si tratta comunque di frasi relative a tutti gli effetti dal punto di vista sintattico: semplicemente, il loro significato è però associabile a quello di un aggettivo, poiché qualificano il sostantivo descrivendone una condizione. In italiano ed altre lingue europee questo tipo di costrutto corrisponde spesso a un participio passato usato come aggettivo (ad esempio “rotto”, “stanco”, “ordinato” derivano da participi passati).
La lingua giapponese contemporanea non ha un participio passato come forma autonoma distinta: il verbo in forma passata svolge tale funzione. Non a caso, grammatiche e dizionari giapponesi classificano termini come 落ち着いた (calmo), 役に立った (utile, “che è servito a qualcosa”), 変わった (strano, “cambiato dal comune”) ecc. come 形容詞相当語, ossia parole “equivalenti ad aggettivi”, o “verbi ad azione prenominale”.
Esempi comuni in giapponese
Di seguito alcuni esempi di questa particolare forma. In ciascun caso, il verbo al passato prima del nome esprime una qualità attuale del nome, analogamente a un aggettivo:
しっかりした人
落ち着いた人
きちんとした服装
壊れた窓
疲れた顔
まっすぐ伸びた道
Come si vede, la forma in -ta in questi contesti non indica un passato temporale in senso stretto, ma il fatto che il sostantivo ha acquisito una certa qualità, grazie proprio alla forma passata perfettiva per verbo.
Lo abbiamo già detto, ma è utile ripeterlo: una azione “chiusa” nel passato, attribuisce una qualità al nome a cui si lega. È un modo per esprimere una condizione risultante: ad esempio, 壊れた窓 implica che la finestra si è rotta (evento compiuto) e dunque ora è rotta (stato); 落ち着いた人 implica che la persona ha raggiunto la calma e quindi è calma/tranquilla adesso.
In giapponese, spesso non esiste una distinzione morfologica tra participio passato e aggettivo, quindi queste qualità risultanti si esprimono attraverso il verbo al passato come modificatore del nome.
Conclusione
L’uso di verbi al passato prima di un nome per descriverlo è un elemento normale della grammatica giapponese: rientra nelle frasi relative, sfruttando la forma verbale -ta come forma aggettivale. Il fenomeno non ha un nome unico comunemente noto al di fuori delle descrizioni grammaticali specialistiche, ma possiamo riferirci ad esso come “proposizione attributiva a valore aggettivale” o “uso aggettivale del verbo in forma passata”. Nella letteratura accademica giapponese, appunto si parla spesso di 形容詞的用法 della frase in -ta, ovvero “uso aggettivale”. In pratica, ogni volta che incontriamo un verbo in forma passata subito prima di un nome, possiamo interpretarlo come “che ha fatto X ed è [in quello stato]”, equivalente a un aggettivo.
Questo costrutto ci permette di esprimere in modo sintetico qualità e stati, arricchendo il lessico descrittivo giapponese senza introdurre nuove terminazioni oltre a quelle verbali già esistenti.