Aggettivi in な (na): origine, storia ed evoluzione La storia degli aggettivi in na: origine, significato di な ed evoluzione grammaticale
Categoria: Storia della grammatica
Da dove nascono gli aggettivi in な in giapponese, e che cosa significa davvero il な che compare in espressioni come きれいな花 o 有名な俳優?
Gli aggettivi in な, storicamente non nascono come semplici “aggettivi” paragonabili agli aggettivi in い.
La loro origine è molto più vicina al mondo dei nomi: molte parole che oggi vengono insegnate come な形容詞 (keiyoushi), o “aggettivi in -na”, erano infatti originariamente delle basi nominali capaci di esprimere una qualità, uno stato o una caratteristica.
Proprio per questo, ancora nel giapponese moderno, gli aggettivi in な conservano una natura profondamente nominale: non si coniugano da soli come gli aggettivi in い, ma hanno bisogno della copula o di forme derivate dalla copula per funzionare nella frase.
Nel giapponese moderno, infatti, gli aggettivi si dividono di solito in due grandi categorie:
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Aggettivi in い (い形容詞, i-keiyōshi);
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Aggettivi in な (な形容詞, più precisamente 形容動詞, keiyōdōshi).
I primi terminano in い nella forma base e sono aggettivi “veri e propri”, dotati cioè di flessione autonoma: possono modificarsi internamente per esprimere passato, negazione e altre forme grammaticali. È il caso, per esempio, di 暑い (atsui, “caldo”) o 寒い (samui, “freddo”).
Gli aggettivi in な, invece, mantengono una forma di base invariabile e richiedono il morfema な quando precedono direttamente un sostantivo.
Per questo きれい (kirei, “bello, pulito”), quando precede un nome diventa きれいな花 (kirei-na hana, “un fiore bello”), mentre 有名 (yūmei, “famoso”) diventa 有名な俳優 (yūmei-na haiyū, “un attore famoso”).
Nel ruolo predicativo, cioè alla fine della frase, questi aggettivi si comportano invece in modo molto simile ai nomi seguiti dalla copula: その花はきれいです (sono hana wa kirei desu, “quel fiore è bello”).
Il punto centrale, quindi, è che il な degli aggettivi in な non è un semplice “segno decorativo” né una particella scelta a caso. È il risultato di una lunga evoluzione storica.
Nella grammatica classica giapponese, molte di queste forme (come vedremo in seguito) erano legate alla terminazione なり, generalmente spiegata come contrazione di に + あり, cioè una struttura che in origine significava qualcosa come “essere in quello stato” o “trovarsi in quella qualità”.
Accanto a questa esisteva anche la serie in たり, collegata a と + あり, particolarmente frequente con parole di origine sino-giapponese e in registri più solenni o letterari.
Da queste forme antiche deriva la particolarità degli aggettivi in な moderni: da un lato indicano qualità, proprio come gli aggettivi; dall’altro continuano a funzionare grammaticalmente in modo vicino ai nomi.
La forma attributiva moderna in な, usata prima di un sostantivo, è infatti legata all’evoluzione della forma antica なる, mentre la forma predicativa moderna usa だ o です, come accade con i nomi.
Per questo motivo, capire l’origine degli aggettivi in な significa anche capire perché il giapponese moderno distingua tra aggettivi in い e aggettivi in な.
Non si tratta solo di due liste da memorizzare, ma di due evoluzioni diverse: gli aggettivi in い discendono da una classe aggettivale autonoma, mentre gli aggettivi in な nascono dall’incontro tra basi nominali, copula ed espressioni antiche di stato.
Nei paragrafi seguenti vedremo quindi la storia, l’etimologia e l’evoluzione degli aggettivi in な, seguendo il percorso che porta dalle forme classiche come なり e たり fino al moderno な.
Origine storica degli aggettivi in な: da にあり a なり
La comparsa degli aggettivi in -na risale all’epoca classica della lingua giapponese.
Infatti, prima di diventare una categoria grammaticale riconoscibile nel giapponese moderno, le parole che oggi chiamiamo aggettivi in -na funzionavano come basi nominali o elementi descrittivi di natura nominale: indicavano una qualità, uno stato, una condizione o un modo d’essere, ma non possedevano la flessione autonoma degli aggettivi in -i.
Durante il periodo Heian (794–1185) le persone avvertirono la necessità di esprimere qualità e concetti per i quali gli aggettivi nativi (in -i) risultavano “insufficienti”.
Il punto di partenza non fu quindi la creazione di semplici “nuovi aggettivi”. La soluzione fu bensì quella di creare nuovi aggettivi “nominali” a partire da sostantivi, unendo a essi una forma del verbo “essere”.
In particolare, già nei testi antichi troviamo costruzioni del tipo [nome]+ にあり+ [nome], dove ni ari significa letteralmente “essere in”, “trovarsi in” o “essere in una certa condizione”.
Un esempio significativo si trova nel Man’yōshū (raccolta poetica dell’VIII secolo), dove compare l’espressione 「うつそみの人にある我れや」 - (utsusomi no hito ni aru ware ya) – letteralmente “io che sono una persona del mondo terreno”, cioè “io che sono ancora tra i vivi”.
Qui la frase nominale うつそみの人 (utsusomi no hito, “persona in carne e ossa, essere mortale”) viene collegata a 我れ (ware, “io”) tramite にある, forma attributiva di にあり.
Questo esempio non va interpretato come un aggettivo in -na già pienamente formato nel senso moderno, ma è importante perché mostra il meccanismo grammaticale da cui nascerà una parte essenziale della categoria: Questo uso di にあり serviva dunque a legare un nome qualificante al nome principale, indicando uno stato o una qualità.
In altre parole, una base nominale capace di qualificare un altro nome attraverso にあり, cioè attraverso una struttura del tipo “essere in quello stato / essere in quella qualità”.
Durante il periodo Heian, questa costruzione si contrasse in forme più compatte.
Ai sostantivi portatori di nuove qualità si cominciò ad aggiungere la terminazione -nari (fusione di ni + ari) oppure -tari (fusione di to + ari) per creare forme aggettivali.
In pratica にあり diede origine a なり, forma conclusiva (o terminale), e a なる, forma attributiva; parallelamente, とあり diede origine a たり e たる.
Nella grammatica classica si formarono così due grandi tipi di aggettivi nominali (形容動詞): gli aggettivi in -なり (ナリ活用) e quelli in -たり (タリ活用).
Il passaggio è fondamentale per capire l’origine degli aggettivi in -na moderni. La forma classica なり veniva usata alla fine della frase, mentre なる veniva usata davanti a un sostantivo.
Da qui il rapporto storico tra forme come 静かなり (shizuka-nari, “è quieto”) e 静かなる場所 (shizuka-naru basho, “un luogo quieto”).
Per esempio, il termine shizuka 静か (“silenzio, quiete”), originariamente un nome, venne usato in frasi come 犬は静かなり - (inu wa shizuka-nari, “il cane è quieto”) e 静かなる犬 - (shizuka-naru inu, “un cane quieto”).
Allo stesso modo, una base sino-giapponese come 平然 (heizen, “calma, compostezza”) poteva dare forme come 平然たり - (heizen-tari, “è calmo, è composto”) e 平然たる態度 - (heizen-taru taido, “un atteggiamento calmo e composto”).
Nel giapponese moderno, la forma attributiva なる si è poi ridotta a な, producendo forme come 静かな場所 - (shizuka-na basho, “un luogo quieto”).
Queste forme in -なり e -たり costituiscono dunque la base storica degli odierni aggettivi in -na.
In particolare, gli aggettivi con coniugazione なり sono i predecessori diretti della maggior parte degli aggettivi in -na moderni, mentre, per quanto riguarda le forme in たり, molte sono scomparse, altre sopravvivono in forme cristallizzate, letterarie o molto formali, spesso riconoscibili nella forma attributiva -たる, come in 堂々たる態度 (“un atteggiamento imponente”) o 確固たる信念 (“una convinzione salda”).
Va inoltre notato che lo sviluppo degli aggettivi in -なり e -たり si intreccia con l’arricchimento lessicale dovuto al contatto con la civiltà cinese. Molte parole descrittive di origine sino-giapponese, entrate nella lingua attraverso i kanji e la cultura scritta, non potevano essere integrate nella flessione degli aggettivi in -i.
Durante l’era Heian, furono quindi adottate e rielaborate come basi nominali capaci di esprimere qualità, stati o atteggiamenti, appoggiandosi a forme derivate dalla copula.
Gli aggettivi in -na affondano così le loro radici sia nel lessico giapponese nativo sia in quello sino-giapponese.
Da un lato, troviamo parole autoctone spesso riconoscibili da suffissi come -か (-ka) o -やか (-yaka), ad esempio 静か (shizuka, “quieto, silenzioso”) e 賑やか (nigiyaka, “vivace, animato”).
Dall’altro lato, un gran numero di aggettivi in -na proviene da termini sino-giapponesi, spesso composti da kanji, che sono stati assorbiti nella lingua come basi nominali descrittive.
In questo senso, l’origine degli aggettivi in -na non va cercata in una semplice regola scolastica, ma in un’evoluzione grammaticale più profonda: parole di natura nominale, incapaci di coniugarsi autonomamente come gli aggettivi in -i, hanno progressivamente assunto funzione aggettivale grazie alla combinazione con にあり, なり, なる e infine な.
È proprio questa storia a spiegare perché gli aggettivi in -na moderni abbiano ancora oggi una natura ibrida: semanticamente descrivono qualità, ma grammaticalmente si comportano in modo molto vicino ai nomi.
L’origine del morfema な e la sua evoluzione
Come si è visto sopra, il morfema na che caratterizza questi aggettivi ha un’origine storica ben precisa: Discende infatti dall’antica copula -nari (forma contratta di ni + ari, “essere in [uno stato]”).
Nell’uso del giapponese classico, nari era la forma terminale (finale) di questa copula, mentre -naru ne costituiva la forma attributiva, impiegata subito prima di un sostantivo.
Ad esempio, nel Genji Monogatari o altre opere classiche si possono trovare frasi come 静かなる家 - (shizuka-naru ie, “una casa silenziosa”) o 花は綺麗なり - (hana wa kirei-nari, “i fiori sono belli”).
Con l’evoluzione verso il giapponese moderno, la forma attributiva -naru si è gradualmente erosa foneticamente fino a ridursi a -na.
Questo passaggio è documentato: にあり ➜ なる ➜ な.
Già nel giapponese medio (periodo Muromachi) compaiono esempi di utilizzo di na da solo come legame aggettivale al posto di naru.
Oggi -na conserva esattamente quella funzione attributiva: marcare l’aggettivo quando precede il sostantivo, svolgendo il ruolo che un tempo era di naru.
Allo stesso modo, la forma predicativa だ (da) usata con gli aggettivi in -na è l’erede funzionale dell’antica nari, sebbene la sua origine etimologica sia leggermente diversa (probabilmente da discende da de ari, contrazione di ni te ari, un’altra costruzione copulativa emersa nel giapponese medio).
In ogni caso, sia nari che de ari sono imparentati, essendo entrambi derivati dal verbo ari (“essere”) combinato con particelle.
Il morfema -na pertanto non è un semplice suffisso senza significato, ma rappresenta una forma contratta di un verbo ausiliario. In termini funzionali, possiamo pensare che na significhi qualcosa come “che è…”, collegando il concetto aggettivale al nome.
Ad esempio, quando diciamo 綺麗な人 (kirei-na hito), letteralmente stiamo esprimendo “persona che è bella”.
Non è un caso che i linguisti inglesi chiamino spesso gli aggettivi in -na “adjectival nouns” (nomi aggettivali) o “nominal adjectives”: il termine giapponese keiyō-dōshi (verbo aggettivante) sottolinea proprio che storicamente c’era un verbo (ari) nascosto dietro quel na.
Nel giapponese odierno ari come elemento separato non si percepisce più, ma la presenza di na e da rivela l’antica costruzione sottostante.
Si stima che circa due terzi di tutti gli aggettivi in -na siano di origine sino-giapponese, tipicamente scritti interamente in kanji; esempi includono kirei 綺麗 (“bello, pulito”), anzen 安全 (“sicuro”) o kenkō 健康 (“sano”).
In epoche successive, il meccanismo si è mantenuto produttivo: nuovi aggettivi entrati in giapponese da altre lingue – ad esempio prestiti moderni come arudente アルデンテ (“al dente”) o yunikū ユニーク (“unico, originale”) – vengono anch’essi trattati come aggettivi in -na (spesso scritti in katakana), confermando che questa categoria funge da “porta d’ingresso” per molte parole descrittive straniere.
Con il passare del tempo, la lingua giapponese ha semplificato le antiche forme in -nari. Già nel giapponese medio (periodo Kamakura-Edo) la copula classica nari iniziò a cedere il passo a nuove copule come de arimasu (da cui l’odierno da) in ambito parlato.
Nel giapponese moderno la flessione nari sopravvive solo indirettamente: la forma attributiva è diventata l’attuale morfema “な” quando l’aggettivo precede un sostantivo, mentre la forma predicativa si esprime tramite da (forma piana) o desu (forma cortese), che storicamente derivano dal verbo aru (“essere, esistere”).
Ad esempio, l’aggettivo classico shizuka-naru - 静かなる (“quieto/tranquillo” in forma attributiva) corrisponde oggi a shizuka-na - 静かな, e shizuka-nari - 静かなり (“è tranquillo”) è stato rimpiazzato da shizuka da - 静かだ in giapponese contemporaneo.
Questa evoluzione etimologica è ben illustrata dal termine kirei 綺麗 (“bello, pulito”): in un ipotetico percorso a ritroso, l’espressione moderna 綺麗な女 - (kirei-na onna, “una donna bella”) deriva dalla forma letteraria ormai antiquata 綺麗なる女 - (kirei-naru onna), la quale a sua volta discende dall’originale sintagma 綺麗にある女 (kirei ni aru onna, lett. “una donna che è in stato di bellezza”).
Curiosamente, l’antica forma -naru è talvolta usata ancora oggi in contesti poetici o solenni per conferire un’aura arcaica al discorso – ad esempio 静かなる田舎 - (shizuka-naru inaka, “la quieta campagna”) impiega volutamente naru al posto del normale na.
In generale, però, la distinzione tra -nari (predicativo) e -naru (attributivo) è scomparsa dall’uso quotidiano, lasciando come eredi diretti il morfema -na e la copula da.
Perché gli aggettivi in な sono una categoria distinta dagli aggettivi in い?
Come mai il giapponese ha sviluppato una classe separata di aggettivi in -na, invece di includere i nuovi aggettivi al sistema degli aggettivi in -i?
Le ragioni sono sia storiche che morfologiche:
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In primo luogo, gli aggettivi in -i costituivano un insieme chiuso e prevalentemente nativo: essi furono la prima tipologia aggettivale a comparire in giapponese e derivavano quasi esclusivamente dal vocabolario autoctono, non da prestiti cinesi.
Questo significa che molte nozioni introdotte successivamente (specialmente tramite la lingua cinese) non avevano un corrispettivo aggettivale già esistente in -i.
Nel periodo di massimo influsso cinese (Heian), piuttosto che alterare la morfologia degli aggettivi esistenti, si preferì sfruttare una costruzione sintattica: trasformare i sostantivi nuovi in descrittori usando nari/ari, come descritto sopra.
In altre parole, parole sino-giapponesi indicanti qualità o stati (ad esempio 静寂 seijaku, “silenzio”, 健康 kenkō, “salute”, 安全 anzen, “sicurezza”) vennero integrate non come i-keiyōshi ma come nominali, legandole al nome da modificare tramite un verbo ausiliare (“essere”) invece che tramite flessione. Ciò portò alla nascita di una categoria grammaticale distinta.
Possiamo immaginare che, se il giapponese antico avesse già posseduto aggettivi in -i per concetti come “silenzioso” o “sicuro”, forse gli aggettivi in -na non sarebbero proliferati; ma poiché tali aggettivi mancavano, la lingua ha colmato il vuoto con un meccanismo diverso, convertendo sostantivi in aggettivi per mezzo di nari/なり.
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Un altro fattore è la struttura linguistica dei prestiti sino-giapponesi.
Spesso questi termini erano nominali per natura (in cinese le parole radice non cambiano forma a seconda della funzione grammaticale).
Quando furono adottati, mantenevano la loro staticità morfologica, richiedendo dunque un elemento di collegamento quando usati come attributi.
In giapponese esisteva già la particella の per collegare un sostantivo qualificante a un altro sostantivo (simile a “di” in italiano, es: Nihon no kotoba = “lingua del Giappone”).
Tuttavia, usare no avrebbe lasciato il primo termine nella categoria dei nomi. Nel nostro caso, invece, aggiungendo -nari (poi -na) quei termini nominali acquisirono una flessione verbale aggettivale, entrando a pieno titolo nel circuito dei predicati e degli aggettivi.
Si noti infatti che l’unica differenza sintattica tra un nome comune e un aggettivo in -na sta proprio nella marcatura attributiva: un nome per qualificare un altro nome usa no, mentre un aggettivo in -na usa na.
Ad esempio, hito no kodomo 人の子供 (“figlio di una persona”) usa no, ma yūmei na hito 有名な人 (“persona famosa”) richiede na.
Questa distinzione no/na segna il confine tra un semplice composto nominale e un aggettivo vero e proprio. In epoca classica, l’uso di nari segnalava appunto che il primo elemento, pur essendo etimologicamente un nome, stava funzionando come un aggettivo.
Col tempo, dunque, si è legittimata una classe separata di aggettivi “nominali” proprio perché essi rappresentavano un modo produttivo per importare nuove qualità lessicali senza stravolgere la morfologia nativa degli aggettivi in -i.
Da un punto di vista grammaticale, l’esistenza di due categorie aggettivali riflette due meccanismi di flessione differenti: uno sintetico e uno analitico.
Gli aggettivi in -i adottano la flessione sintetica ereditata dal giapponese arcaico (dove gli aggettivi avevano varie desinenze come -ku, -shi, -ki, ecc.); ad esempio akai 赤い (“rosso”) può inflettersi in akaku (forma in -ku, ad esempio in akaku naru, “diventare rosso”), akakatta (forma passata, “era rosso”), akaku nai (“non è rosso”) e così via.
Gli aggettivi in -na invece seguono un modello analitico: non modificano il proprio suffisso, ma combinano il tema nominale con opportune forme della copula da/desu. Ad esempio, hen 変 - (“strano”) in funzione aggettivale resta hen ma richiede “な” davanti a un sostantivo (henna hito 変な人, “una persona strana”) e “da” per affermare lo stato (hito ga hen da 人が変だ, “la persona è strana”).
Le varie forme verbali di “essere” forniscono tempi e negazioni: hen da 変だ (“è strano”), hen datta 変だった (“era strano”), hen dewa nai 変ではない (“non è strano”), hen dewa nakatta 変ではなかった (“non era strano”), ecc..
In sintesi, mentre gli aggettivi in -i coniugano l’aggettivo, quelli in -na coniugano il verbo essere.
Questo spiega perché in giapponese essi vengono chiamati 形容動詞 (keiyō-dōshi), letteralmente “verbi aggettivali”: storicamente contenevano la radice del verbo ari (“essere”) nella forma attributiva, e ancora oggi si appoggiano a da/desu per funzionare.
Un vantaggio di questo sistema duale è la flessibilità nell’uso dei modificatori e delle strutture di frase.
Poiché gli aggettivi in -na si comportano grammaticalmente in modo simile ai nomi, possono essere preceduti da avverbi di grado (molto, abbastanza, ecc.) cosa che di norma non è possibile con un sostantivo puro.
Ad esempio, è corretto dire kanari mujihi-na kōi - かなり無慈悲な行為 (“un atto piuttosto spietato”), dove kanari かなり (“abbastanza, piuttosto”) modifica mujihi-na 無慈悲な (“spietato”).
Invece con un sostantivo comune + da una costruzione simile suonerebbe innaturale. Ciò evidenzia che gli aggettivi in -na, pur derivando da nomi, funzionano come aggettivi a tutti gli effetti nella sintassi moderna.
Allo stesso modo, possono formare avverbi con -ni (相当 ni): ad esempio shizuka ni hanasu - 静かに話す – “parlare in modo silenzioso” – dove shizuka ni è l’avverbiale di shizuka-na (“quieto, silenzioso”).
Gli aggettivi in -i formano i corrispettivi avverbi cambiando -i in -ku (es: hayai 速い, “veloce” → hayaku 速く, “velocemente”), mentre gli aggettivi in -na aggiungono ni dopo il tema aggettivale (es: shizuka 静か, “quieto” → shizuka-ni 静かに, “quietamente”).
Questa differenza risale all’origine copulativa degli aggettivi in -na: -ni non è altro che la particella originale che collegava il nome al verbo ari, mantenuta oggi come marcatore di funzione avverbiale.
Infine, è interessante notare che dal punto di vista linguistico il confine tra aggettivi in -na e nomi rimane sfumato. Per alcuni studiosi gli aggettivi in -na non sono altro che nomi seguiti dalla copula, e dunque non andrebbero considerati una categoria a sé stante.
Ad esempio, il dizionario giapponese Kōjien non elenca “形容動詞” come parte del discorso autonoma, trattando parole come seiren 清廉 (“integrità, purezza [morale]”) o haran-banjo 波乱万丈 (“pieno di avvenimenti”) direttamente come nomi sostantivati, non come aggettivi.
In passato era infatti comune usare tali termini con の invece di な – ad esempio 清廉の人 (“una persona di integrità”) – e solo in seguito si è affermato l’uso aggettivale 清廉な人 (“una persona integra”).
Ciononostante, la grammatica scolastica giapponese (derivata dallo studio di Hashimoto Shinkichi e altri linguisti del XX secolo) continua a distinguere formalmente gli aggettivi in -na come parte del discorso separata, proprio perché essi presentano una coniugazione fissa (il verbo “essere”) che li differenzia dai sostantivi puri.
In pratica, per fini didattici e descrittivi, si considera utile separare gli aggettivi in -na dai nomi, sottolineando la loro funzione attributiva e predicativa analoga a quella degli aggettivi in -i, pur riconoscendo che strutturalmente restano legati a forme nominali.
In conclusione, la nascita di una categoria distinta di aggettivi in -na è dipesa sia dall’esigenza di incorporare nuovi concetti descrittivi (spesso di origine esterna) sia dalla natura nominale di tali concetti, che ha favorito un trattamento grammaticale diverso rispetto agli aggettivi nativi.
Ciò ha portato il giapponese ad avere due vie parallele per esprimere le qualità: una tramite aggettivi flessivi (in -i) e una tramite aggettivi nominali (in -na), ciascuna con le proprie peculiarità ma cooperanti nel dare ricchezza espressiva alla lingua.
Per ricapitolare questo percorso evolutivo, possiamo scomporre un esempio:
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Antico (VIII sec.): 綺麗にあり女 – kirei ni ari onna (“donna che esiste in [stato di] bellezza”)
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Classico (X sec.): 綺麗なる女 – kirei naru onna (“donna bella”, con naru attributivo)
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Moderno: (XIX sec.): 綺麗な女 – kirei na onna (“donna bella”, forma attuale)
Come si vede, にあり → なる → な: il morfema na di oggi è l’erede diretto di quella catena. L’uso moderno di na è ormai grammaticalizzato, cioè i parlanti non lo percepiscono più come una parola autonoma (“essere”), ma come parte integrante dell’aggettivo.
Ciò nondimeno, la sua origine spiega molte particolarità: ad esempio perché gli aggettivi in -na usino に per formare avverbi (静かに “silenziosamente”) – è un riflesso dell’antico ni ari, o perché abbiano bisogno di da per affermare l’attribuzione.
Anche il nome della categoria, 形容動詞 - “verbo aggettivale”, acquista senso sapendo che na deriva da un verbo ausiliare.
Dunque -na porta con sé un pezzo della storia della lingua giapponese: è la traccia visibile di come, oltre mille anni fa, i giapponesi hanno ingegnosamente fuso nomi e verbi per creare nuovi aggettivi e arricchire la loro capacità espressiva.
Conclusioni
L’origine degli aggettivi in な è un buon esempio di come la grammatica giapponese moderna sia il risultato di una lunga evoluzione storica.
Quella che nei manuali di oggi, appare spesso come una semplice distinzione tra aggettivi in い e aggettivi in な nasce in realtà da due percorsi grammaticali diversi: da un lato gli aggettivi autonomi, capaci di coniugarsi da soli; dall’altro parole di natura nominale che, per esprimere qualità e stati, hanno avuto bisogno di appoggiarsi alla copula e alle sue forme antiche.
Il な degli aggettivi in な, quindi, non è un elemento arbitrario. È il residuo moderno di una storia più antica che passa attraverso forme come にあり, なり e なる.
In origine, molte di queste parole non funzionavano come aggettivi nel senso moderno, ma come basi nominali capaci di indicare una condizione, una qualità o un modo d’essere.
Attraverso la fusione con forme del verbo “essere”, queste basi hanno progressivamente assunto una funzione aggettivale, fino a produrre strutture moderne come 静かな場所, 有名な人 o きれいな花.
Questa origine spiega anche perché gli aggettivi in な conservino ancora oggi una natura ibrida. Dal punto di vista del significato, descrivono proprietà, stati e caratteristiche, proprio come gli aggettivi in い.
Dal punto di vista grammaticale, però, si comportano in modo molto vicino ai nomi: non formano da soli il passato o la negazione, ma si combinano con だ, です, だった, ではない e altre forme copulative.
Anche la differenza tra le antiche forme in なり e たり aiuta a comprendere meglio l’evoluzione della categoria. Le forme in なり sono alla base della maggior parte degli aggettivi in な del giapponese moderno, mentre le forme in たり sono rimaste soprattutto in espressioni più letterarie, solenni o cristallizzate, spesso riconoscibili nella forma たる.
La grammatica moderna ha quindi semplificato un sistema più complesso, conservandone però tracce visibili.
Capire la storia degli aggettivi in な significa dunque andare oltre la regola scolastica “si mette な davanti al nome”.
Significa riconoscere che dietro quel な si trova un antico meccanismo di qualificazione nominale, nato dall’incontro tra basi descrittive, copula, lessico giapponese nativo e parole sino-giapponesi.
È proprio questa evoluzione a rendere gli aggettivi in な una delle categorie più interessanti della grammatica giapponese: apparentemente semplici nella forma moderna, ma profondamente legati alla storia interna della lingua.
Fonti
- Shogakukan Kokugo Dai Jiten (辞典) e altri dizionari di giapponese classico
- Man’yōshū (万葉集), poema 165
- 日本語文法書 (Grammatiche della lingua giapponese)
- Wikipedia (ed. giapponese), voce 形容動詞
- Wikipedia (ed. inglese), Japanese adjectives
- Nipponikai.it – Aggettivi giapponesi: spiegazione semplice, regole ed esempi
- StackExchange Japanese, Historical precursor to な? (discussione sulla storia degli aggettivi in -na)