Pronomi personali giapponesi: 私 (watashi), 僕 (boku), 俺 (ore), 君 (kimi), あなた (anata) Come dire io, tu, lui e lei: 私 (watashi), あなた (anata), 君 (kimi), 彼 (kare) e 彼女 (kanojo), registri e sfumature d’uso

Pronomi personali giapponesi: 私 (watashi), 僕 (boku), 俺 (ore), 君 (kimi), あなた (anata)

Quali sono i pronomi personali giapponesi, come si usano per dire «io», «tu», «lui» e «lei» e quali differenze esistono tra 私 (watashi), 僕 (boku), 俺 (ore), あなた (anata) e 君 (kimi)?

La lingua giapponese possiede un sistema di pronomi personali molto diverso da quello delle lingue occidentali. Innanzitutto, il ricorso ai pronomi è spesso limitato: in conversazione è comune ometterli quando il significato è chiaro dal contesto.

Ad esempio, invece di dire esplicitamente “io” o “tu”, si preferisce dedurre il soggetto dal contesto o usare direttamente il nome dell’interlocutore con un suffisso onorifico appropriato. In pratica ci si rivolge all’interlocutore come se si stesse parlando di una terza persona.

Inoltre, la scelta del pronome varia a seconda di chi parla, a chi si parla e in quale situazione. I pronomi giapponesi non indicano solo la persona grammaticale, ma trasmettono anche informazioni sul livello di formalità, sul genere del parlante, sull’età e sul rapporto sociale tra i partecipanti alla conversazione.

Per questo motivo, il giapponese dispone di molteplici pronomi (molti di più di una lingua come l’italiano) e ognuno tende ad essere usato in contesti ben specifici. Un aspetto importante è che la distinzione grammaticale di “persona” (prima, seconda, terza) è meno centrale in giapponese che nelle lingue indo-europee.

I verbi non cambiano forma a seconda della persona, e parole equivalenti ai nostri pronomi esistono ma si comportano più come sostantivi comuni (tanto che alcuni grammatici giapponesi nemmeno li classificano come categoria a sé). Di conseguenza, l’uso dei pronomi è guidato più dalla pragmatica e dal registro (contesto formale/informale, grado di confidenza, ecc.) che dalla grammatica stretta.

I pronomi personali giapponesi s’inseriscono nel sistema onorifico (敬語 keigo) della lingua, dove il rispetto e la cortesia influenzano tutte le scelte linguistiche – dalla forma verbale al lessico – compresi i termini con cui ci si rivolge a sé stessi e agli altri.

In questo articolo esamineremo in dettaglio i pronomi di prima, seconda e terza persona, evidenziando per ciascuno le varianti maschili e femminili, i diversi livelli di formalità (dal molto formale al molto informale) e l’uso in contesti colloquiali, letterari o arcaici.

Inoltre, vedremo le differenze d’uso tra linguaggio parlato e scritto, con esempi di frasi reali, e confronteremo le scelte pronominali in vari contesti sociali (ambiente di lavoro, scuola, famiglia, amicizia).

Nelle tabelle seguenti, “Genere” indica chi usa tipicamente il pronome – M = parlato soprattutto da uomini, F = soprattutto da donne, M/F = usato da entrambi. “Registro” indica il livello di formalità.


Pronomi personali giapponesi: differenze e quale usare

Le differenze tra i pronomi personali giapponesi si comprendono considerando il livello di formalità, il grado di confidenza e il rapporto sociale tra le persone. Scegliere un pronome significa anche esprimere un atteggiamento: la stessa forma può comunicare vicinanza in un rapporto confidenziale e risultare fuori luogo quando la situazione richiede maggiore rispetto o distanza.

Queste sfumature emergono già nei diversi modi di dire «io». 私 (watashi), 僕 (boku) e 俺 (ore) significano tutti «io», ma scegliere l’uno o l’altro cambia il tono della frase e l’immagine che il parlante dà di sé. Watashi è una scelta comune nelle situazioni neutre o formali ed è usato da persone di entrambi i generi. Boku, prevalentemente maschile, tende a esprimere un tono più informale e spesso più delicato rispetto a ore. Quest’ultimo è fortemente colloquiale e associato al linguaggio maschile: può risultare del tutto naturale tra amici stretti, ma suonare brusco quando il rapporto richiede maggiore riguardo.

La differenza tra questi pronomi personali assume quindi un significato concreto nelle relazioni quotidiane. Uno stesso uomo può scegliere watashi durante una presentazione professionale, boku in una conversazione meno formale e ore tra amici.

Il pronome contribuisce a esprimere la distanza sociale, il grado di confidenza e il modo in cui ci si pone rispetto all’interlocutore. Una scelta poco adatta può far apparire il parlante eccessivamente distaccato, troppo confidenziale o irrispettoso, anche quando il resto della frase è grammaticalmente corretto.

Per dire «tu», il rapporto con l’altra persona diventa ancora più importante. あなた (anata) e 君 (kimi) hanno contesti d’uso diversi: anata viene spesso presentato come equivalente di «tu», ma il suo impiego diretto richiede attenzione; kimi può esprimere familiarità o affetto, ma anche suggerire un atteggiamento di superiorità. Il fatto che un pronome compaia in una frase romantica, in un dialogo tra amici o in un anime non lo rende automaticamente appropriato con uno sconosciuto, un insegnante o un superiore.

Con 彼 (kare), «lui», si passa alla persona di cui si parla. Anche qui occorre valutare se usare il pronome, ripetere il nome o ricorrere a un titolo: contano la chiarezza del riferimento e il rispetto dovuto alla persona menzionata. Inoltre, secondo il contesto, kare può significare anche «fidanzato», una distinzione che la sola traduzione «lui» non permette di cogliere.

Scegliere quale pronome usare in giapponese significa dunque valutare insieme significato, formalità e relazione tra le persone, considerando anche quando sia più naturale ometterlo. Partiamo dai diversi modi di dire «io», per poi esaminare come ci si rivolge all’interlocutore e come si parla degli altri.


Pronomi di Prima Persona – 私 (watashi), 僕 (boku), 俺 (ore)

I pronomi di prima persona (“io”) in giapponese sono particolarmente numerosi e riflettono chiaramente il genere e il registro di chi parla. La tabella seguente elenca i principali termini con cui ci si può riferire a sé stessi:

Pronome (Kana/Kanji)Genere di chi lo usaRegistro (Formalità)Note sul contesto d’uso
私 watakushi (私)M/F (neutrale)Molto formaleEquivale a “io” in contesti altamente formali o cerimoniosi. Usato in discorsi ufficiali, business, documenti importanti.
私 watashi (私)M/F (neutrale)Formale / neutroPronome di “io” più comune. Appropriato per entrambi i generi in situazioni formali o neutre; è anche l’opzione standard per le donne in quasi tutti i contesti.
僕 boku (僕)Principalmente MInformale / corteseUsato da uomini (e ragazzi) soprattutto in contesti informali o semi-formali. Trasmette modestia e tono amichevole. Poco usato dalle donne, salvo che per effetto “maschiaccio”.
俺 ore (俺)M (adulti)Molto informaleUsato quasi esclusivamente da uomini in situazioni di forte confidenza. Suona brusco o volgare se usato in pubblico o con estranei.
あたし atashi (私)FInformaleVariante femminile colloquiale derivata da “watashi”. Comune nel parlato informale tra donne, raramente utilizzato in contesti formali o nello scritto.
うち uchi (家/内)F (dialettale)InformaleUsato in contesti colloquiali, in particolare da ragazze/donne giovani (diffuso nel dialetto del Kansai). Letteralmente “casa”, può significare “io” in senso familiare.
わし washi (儂)M (anziani)Neutro / dialettaleUtilizzato da uomini anziani o per caratterizzare personaggi vecchi nelle storie. Conferisce un tono antiquato o regionale (spesso associato al Giappone occidentale).
自分 jibun (自分)M (anche neutro)NeutroSignifica letteralmente “sé stesso”. Può essere usato come primo pronome da alcuni uomini, dando un senso di modestia distaccata. Jibun è anche usato come pronome riflessivo (“se stesso”) e, nel dialetto del Kansai, persino come seconda persona (“tu”).
(proprio nome)M/F (bambini)InformaleSpesso i bambini piccoli usano il proprio nome al posto di “io”, trovandolo più facile o carino. Alcune giovani donne adulte lo fanno per effetto affettato/infantile, ma è sconsigliato in situazioni serie.

Nota: Esistono anche altre varianti più rare o gergali di “io”. Ad esempio, おいら oira e おら ora sono varianti colloquiali rustiche (equivalenti a ore, usate in alcune zone rurali); わて wate (da watashi) è un termine dialettale desueto del Kansai; あたい atai è una deformazione molto informale di atashi; 俺様 ore-sama, letteralmente “il mio illustre sé”, compare quasi solo in contesti ironici o nei fumetti per indicare personaggi estremamente arroganti. Inoltre, in giapponese classico o letterario esistevano forme oggi arcaiche come 我 ware, 拙者 sessha, 余 yo, 吾輩 wagahai, ecc., di cui parleremo più avanti.


Uso e differenze di registro dei pronomi “io”

Come abbiamo visto nella tabella, la scelta del pronome di prima persona rivela molto del contesto. In situazioni formali o pubbliche, sia uomini che donne usano normalmente watashi. In occasioni di massima formalità o cerimoniali (riunioni ufficiali, discorsi molto cortesi, documenti), si ricorre a watakushi, che è percepito come ancor più rispettoso e distaccato.

Ad esempio, un presentatore o un impiegato potrebbe dire: 「私(わたくし)は田中と申します。」 (Watakushi wa Tanaka to mōshimasu.) – “Mi chiamo Tanaka.”

Qui watakushi segnala un’estrema deferenza, combinato con il verbo umile mōsu (“dire/chiamarsi” in forma umile) – tipico di un contesto business o formale.

In contesti neutri o semiformali, watashi (私) è il pronome più sicuro e universale per “io”. Viene usato da chiunque in situazioni quotidiane educate. Ad esempio, una donna può tranquillamente usarlo sia a lavoro che in famiglia, e un uomo lo userà in ufficio con i superiori o in situazioni formali.

Watashi è percepito come relativamente neutro; tuttavia, poiché gli uomini hanno a disposizione alternative più informali, nell’uso colloquiale quotidiano watashi tende ad essere usato più frequentemente dalle donne, mentre gli uomini preferiscono altri termini quando possibile (come boku in contesti meno formali).

Passando a livelli di confidenza maggiori, i parlanti maschi dispongono di pronomi specifici per situazioni informali.

Il più comune è 僕 (boku), che suggerisce modestia e giovialità. Boku lo si sente spesso da ragazzi giovani, studenti e in generale da uomini in contesti amichevoli o familiari, senza però suonare troppo rozzo.

È un “io” informale ma educato: ad esempio un uomo potrebbe dire a un collega con cui ha confidenza: 「僕はこのプロジェクトに賛成です。」 (Boku wa kono purojekuto ni sansei desu.) – “Io sono d’accordo con questo progetto.”

In situazioni professionali molto rigide un uomo eviterebbe boku, ma in uffici moderni più informali o tra pari grado boku è abbastanza accettabile, trasmettendo un tono giovanile. Boku è raramente usato da donne adulte (salvo volutamente per rompere gli stereotipi, o da ragazze con atteggiamento volutamente mascolino).

Un grado oltre boku in situazioni non formali è 俺 (ore). Questo pronome è marcato fortemente come maschile e confidenziale. Usare ore implica che c’è molta familiarità o che il parlante si pone su un piano di sicurezza/fiducia tale da non dover usare cortesia.

Per esempio, tra amici intimi un ragazzo può dire: 「俺は昨日の試合を全部見たよ。」 (Ore wa kinō no shiai o zenbu mita yo.) – “Io ho visto tutta la partita ieri.”

In un contesto del genere ore suona naturale. Tuttavia, se lo stesso parlante dicesse ore di fronte a persone sconosciute o in un discorso pubblico, verrebbe percepito come maleducato o addirittura volgare. Infatti ore è sconsigliato con estranei, superiori, o in pubblico.

Anche in famiglia, l’uso di 俺 dipende dal rapporto tra i membri e dalle abitudini linguistiche: molti ragazzi e uomini lo utilizzano normalmente anche parlando con i genitori, senza che ciò implichi necessariamente mancanza di rispetto. In breve, 俺 (ore) è un “io” molto informale, adatto solo a contesti di massima confidenza.

Le donne, accanto al neutro watashi, dispongono di varianti colloquiali femminili. La più nota è あたし (atashi), che di fatto è una pronuncia alternativa di watashi usata in tono affettivo o informale.

Atashi segnala femminilità e informalità: ad esempio una ragazza tra amiche potrà dire 「あたしは今日ちょっと忙しいの。」 (Atashi wa kyō chotto isogashii no.) – “Oggi sono un po’ impegnata.”

Questo pronome appare comunemente nel linguaggio parlato e nei dialoghi dei media, ma raramente nello scritto formale. Un testo formale (es. un tema scolastico, un articolo) redatto da una donna userà watashi e non atashi. Vi sono poi espressioni gergali femminili meno diffuse come あたい (atai, variante ancora più colloquiale di atashi) o あたくし (atakushi, variante pseudo-elegante derivata da watakushi).

Queste ultime oggi suonano marcate: atai richiama contesti popolari o personaggi di fiction, mentre atakushi può suonare ironico o da signora d’altri tempi.

Un caso particolare è うち (uchi). Questo termine significa letteralmente “casa” o “interno”, ma in alcune regioni (notamente nel Kansai, ossia zona di Osaka–Kyoto) è usato come pronome familiare per “io”, soprattutto da giovani donne.

Ad esempio, uchi compare in frasi come: 「うち、この服すごく気に入ってるねん。」 (Uchi, kono fuku sugoku ki ni itteru nen.) – in dialetto kansai: “A me piace un sacco questo vestito.”

Al di fuori delle regioni occidentali, uchi viene comunque compreso come “io” (soprattutto con sfumatura femminile) ed è talvolta adottato dai giovani anche altrove per darsi un tono alla moda o informale. Nella lingua standard, uchi può inoltre voler dire “la nostra famiglia/azienda”.

Ad esempio: 「うちの父は教師です。」 (Uchi no chichi wa kyōshi desu.) – “Mio padre è insegnante” (qui uchi equivale a “la mia famiglia/casa”). Dunque uchi ha usi peculiari, ma rientra tra i possibili pronomi auto-riferiti colloquiali.

Infine, come visto, gli anziani e in generale alcune figure maschili possono utilizzare わし (washi) per riferirsi a sé. Questo pronome dà subito un’idea di età avanzata o di linguaggio regionale. Un nonno potrebbe dire rivolto ai nipoti: 「わしはもう年じゃ。」 (Washi wa mō toshi ja.) – “Ormai sono vecchio.” (Ja è la copula dialettale usata al posto di da in molti dialetti occidentali).

Nelle storie, manga e film, washi è spesso messo in bocca a personaggi come saggi anziani, samurai in pensione, etc., per caratterizzarli. Al di fuori di questi casi, non è comune sentirlo da persone giovani.

Esempi d’uso – “Io”

「私は田中と申します。」 (Watashi wa Tanaka to mōshimasu.) – “Mi chiamo Tanaka.” (Contesto formale, watashi usato da chi si presenta educatamente).

「僕はサッカーが好きです。」(Boku wa sakkā ga suki desu.) – “Mi piace il calcio.” (Parlante maschile in contesto informale cortese: boku suggerisce tono amichevole/modesto).

「俺に任せてくれ!」(Ore ni makasete kure!) – “Lascia fare a me!” (Parlante maschile in tono molto informale/confidenziale: ore implica molta sicurezza e familiarità).

「あたしも行きたい。」(Atashi mo ikitai.) – “Anche io voglio andare.” (Parlante femminile in contesto colloquiale e informale: atashi segnala informalità e femminilità).


Pronomi di Seconda Persona – あなた (anata), 君 (kimi), お前 (omae)

I pronomi corrispondenti a “tu/Lei/voi” in giapponese presentano forse ancora più insidie, perché utilizzarli direttamente può risultare spesso sgradito.

In contesti formali, dare del “tu” a qualcuno (specialmente usando il pronome anata o simili) può suonare condiscendente o scortese.

Per questo, la norma generale è evitare i pronomi di seconda persona, preferendo alternative come il nome e cognome dell’interlocutore con un suffisso onorifico (Tanaka-san, “sig. Tanaka”), un titolo (sensei, “professore”; buchō, “direttore”; okyaku-sama, “gentile cliente”, ecc.), oppure costruzioni implicite.

Solo quando non si conosce affatto l’interlocutore o non si ha altro modo di richiamarne l’attenzione, si può ricorrere a anata e simili – ma con prudenza. Non a caso, spesso i manuali di giapponese per stranieri presentano あなた (anata) come equivalente di “tu”, ma i madrelingua tendono a usarlo molto poco direttamente.

Detto ciò, esaminiamo i principali pronomi della seconda persona e il loro uso:

Pronome (Kana/Kanji)Genere di chi lo usaRegistroNote sul contesto d’uso
あなた anata (貴方)M/F (universale)Formale/NeutroSignifica “tu” (o “Lei”); è l’unico pronome paragonabile al “you” inglese, ma in giapponese non ha uso davvero universale. Viene usato talvolta con sconosciuti quando non si sa il nome dell’altro, oppure in comunicazioni generiche (es. negli spot pubblicitari o nelle brochure, anata indica “tu” generico). In conversazione diretta può suonare vagamente distaccato; anata è però comunemente impiegato in modo affettuoso da mogli verso il marito (equivalente di “caro”).
君 kimi (君)M (talvolta F)InformaleLetteralmente “signore/sovrano” (in antico), oggi è usato come “tu” colloquiale. Ha un tono amichevole ma dall’alto in basso: viene usato verso persone di pari o minor status, oppure da uomini verso la partner con affetto. Era un termine molto rispettoso in passato, ora andrebbe evitato con superiori o estranei (risulterebbe presuntuoso). Spesso chi usa kimi per “tu” si riferisce a sé come boku (combinazione tipica del linguaggio maschile giovanile).
お前 omae (お前)M (principalmente)Molto informaleLetteralmente “di fronte a te”. Usato da uomini in contesti di forte confidenza, equivale a un “tu” molto diretto. Implica che il parlante si consideri di status uguale o superiore all’interlocutore (o comunque non sente bisogno di deferenza). Tra amici maschi può esprimere camerateria (“oh, omae!” tipo “oh, vecchio!”), mentre se rivolto a sconosciuti o persone di rango più alto risulta estremamente scortese. Alcuni uomini, specialmente di generazioni più anziane, chiamano la moglie omae in privato – un uso accettato in certi contesti familiari, parallelo a anata usato dalle mogli verso i mariti.
あんた anta (貴方)M/FInformaleContrazione colloquiale di anata. Ha spesso una sfumatura di rimprovero o disprezzo. È tipicamente usato in frasi come “Anta, che stai facendo?!” da donne in contesti di litigio familiare, oppure da persone con tono brusco. In generale è ritenuto poco educato (o indice di bassa istruzione) se usato al di fuori della cerchia ristretta.
てめえ/手前 temē/temaeM (quando insultante)OffensivoPronome decisamente ingiurioso, paragonabile a un “tu, pezzo di…”. Temē (dalla pronuncia contratta di temae) si usa quando si è molto arrabbiati. Curiosamente, temae in origine era un pronome di prima persona umile (“questa mia persona”) poi slittato in senso ironico a significare “tu” in modo sprezzante. Da evitare in qualunque situazione civile.
貴様 kisama (貴様)M (quando insultante)Estremamente offensivoOggi è uno degli insulti peggiori (“tu, maledetto…”). Come temae, anche 貴様 (kisama) originariamente era un termine molto onorifico (significava “vostra augusta persona”), ma col tempo – e specialmente dopo la seconda guerra mondiale – il suo uso è diventato sarcastico, segnando odio o indignazione verso l’interlocutore. Compare spesso nei dialoghi di anime/manga per personaggi aggressivi.

Oltre a questi, esistono alcuni pronomi di seconda persona più specifici, usati in contesti ristretti: ad esempio お宅 (otaku), che letteralmente significa “la vostra casa”, può essere usato in modo educato e distanziante per dire “lei/lui” (equivalente di anata molto formale, oggi per lo più storico o limitato a certi gerghi – da otaku derivò il termine moderno otaku per indicare i nerd, poiché tra appassionati si chiamavano scherzosamente otaku a vicenda).

Altre forme quasi solo scritte: 貴殿 (kiden) e 貴下 (kika) sono usate a volte in lettere formali o documenti ufficiali per “Lei/tu” (ormai suonano antiquate). 貴官 (kikan) è rivolto a funzionari governativi o militari, e termini come 御社 (onsha) e 貴社 (kisha) significano rispettivamente “la vostra ditta” nel parlato formale e nello scritto (usati quando ci si rivolge a rappresentanti di un’altra azienda).

Queste però sono espressioni di riferimento rispettoso all’azienda dell’interlocutore.


Uso dei pronomi “tu” e registri di cortesia

Come abbiamo visto, nel giapponese odierno, l’uso esplicito di un pronome di seconda persona viene spesso evitato, soprattutto con persone con cui si parla in modo formale o onorifico. Dare del tu in modo diretto può essere percepito come mancanza di rispetto.

Pertanto, in ambito professionale, istituzionale o quando ci si rivolge a sconosciuti per strada, è norma usare il cognome/titolo della persona: ad es. un impiegato si rivolgerà a un cliente dicendo Yamada-sama (“sig. Yamada”) invece di “anata”; un insegnante chiamerà l’alunno Tanaka-kun o per nome, e viceversa l’alunno dirà Sensei (“professore”) invece di “tu”.

In generale, l’assenza di pronome è preferibile: spesso si formula la frase in modo impersonale.

Ad esempio, invece di “Hai capito la lezione?” si chiederà 「分かりましたか?」 (Wakarimashita ka?, “È chiaro?”) senza menzionare “tu”.

Il pronome あなた (anata) viene comunque usato, ma soprattutto in contesti dove non suona come “tu” diretto a qualcuno di specifico.

Per esempio, nelle pubblicità, opuscoli e discorsi rivolti a un pubblico generico, anata è comune (“Anata mo sūtsu o kitekita hō ga ii”, “Anche tu dovresti venire in abito”; oppure slogan come 「あなたの未来を応援します」 anata no mirai o ōen shimasu, “Sosteniamo il tuo futuro”).

In questi casi anata si traduce come un “tu” indefinito, equivalente al “tu” utilizzato in italiano per interpellare il lettore/spettatore qualunque.

Nel parlato diretto, anata può comparire se proprio non si conosce il nome dell’altro e bisogna richiamarlo: ad esempio, anata è usato talvolta dai camerieri verso clienti abituali (“Anata, itsumo arigatō”, “Grazie a lei, come sempre”), oppure da qualcuno che ferma un passante: “Anata, chotto ii desu ka?”, “Mi scusi [Lei], posso disturbarla un momento?”.

Va detto però che anche in questi frangenti molti preferiscono espressioni come sumimasen (“mi scusi”) senza anata.

Anata è invece comune in famiglia tra coniugi: è celebre il suo uso come “caro” o “tesoro” da parte della moglie verso il marito.

Ad esempio, una moglie può dire al consorte: 「ねえ、あなた、今日の夕飯は何がいい?」 (Nē, anata, kyō no yūhan wa nani ga ii?) – “Senti caro, cosa vorresti per cena oggi?”

In questo caso anata è indice di intimità. Un equivalente maschile potrebbe essere omae (お前) rivolto però con affetto (anche se alcuni mariti moderni preferiscono chiamare la moglie col nome o con oyome-san “mogliettina”, ecc., data la potenziale ruvidità di omae).

君 (kimi) lo ritroviamo soprattutto nel linguaggio giovanile o in situazioni didattiche.

Un professore superiore può chiamare un allievo kimi (anziché nome+kun) in contesti informali, oppure un padre può dire al figlio adolescente kimi per “tu” in modo affettuoso ma autorevole.

Nei rapporti di coppia, kimi può essere vezzeggiativo: ad esempio una frase romantica classica è 「君が好きだ」 (Kimi ga suki da) – “Mi piaci (tu)”, confidenza che tipicamente un ragazzo rivolge alla ragazza.

Notiamo che in questi casi il parlante quasi certamente userà boku per sé stesso, formando la coppia boku-kimi.

Kimi non è però limitato ai maschi: anche alcune donne lo usano verso amiche intime (specie se di personalità vivace), ma è meno frequente. In contesti formali, o da inferiore a superiore, kimi non va usato: dire kimi al proprio capo suonerebbe profondamente irrispettoso.

お前 (omae) è un pronome molto frequente nei dialoghi informali tra uomini e un tempo aveva un tono denigratorio (che ha in parte mantenuto).

È quasi sinonimo di “ehi tu” con tono cameratesco, e come tale è usato tra amici maschi che si conoscono bene, spesso accompagnato da scherzosità o ruvidità bonaria. Un uomo potrebbe dire all’amico: “Omae, ora non esagerare!” ridendo.

Tuttavia omae comporta anche un’accezione di superiorità del parlante: è un tu che potrebbe suonare aggressivo.

Infatti è la parola preferita per rivolgersi a qualcuno durante un litigio o in espressioni dure: ad es. 「お前は何も分かっていない!」 (Omae wa nanimo wakatte inai!) – “Tu non capisci niente!” (magari detto da un personaggio arrabbiato in un film). Con persone anziane o in posizione superiore, omae è decisamente offensivo.

Alcuni uomini maturi continuano a usare omae verso la moglie o verso amici anche in età adulta (specialmente se fa parte del dialetto locale o della cultura familiare), ma in situazioni formali pubbliche lo eviteranno accuratamente.

Anta (あんた) è sentito di frequente nelle discussioni familiari accese o in scenate: ad esempio una madre può sgridare il figlio dicendo 「あんた、またゲームしてるの!?」 (Anta, mata gēmu shiteru no!?) – “Tu, stai di nuovo giocando ai videogiochi!?” con un tono esasperato.

Oppure due conoscenti litigando: “Anta ni wa kankei nai desho!!”, “Non sono affari tuoi!”. In questi casi anta segnala chiaramente collera o disprezzo, quasi al livello di omae o peggio, soprattutto perché spesso usato da donne arrabbiate (il che può risultare culturalmente ancora più sorprendente, dato che ci si aspetterebbe dalle donne un linguaggio più gentile). Fuori da questi casi, anta non è consigliabile.

Per i registri estremamente informali/insultanti, temē e kisama sono termini da rissa. Compare spesso in frasi come 「このてめえ!」 (Kono temē!) – “Tu bastardo!” nelle scene di lotta degli anime. Kisama può apparire in contesti contesti bellicosi storici o per villain: es. 「貴様ら、許さん!」 (Kisama-ra, yurusan!) – “Voi bastardi, non vi perdonerò!”. Come si può notare, kisama può essere messo anche al plurale (kisama-ra).

Nella vita reale odierna, difficilmente si sentiranno questi termini se non, forse, da qualche teppista o in situazioni di confronto fisico – sono decisamente tabù nel linguaggio educato.

Esempi d’uso – “Tu”

「先生のご意見を伺いたいです。」 (Sensei no go-iken o ukagaitai desu.) – “Professore, vorrei chiederle il suo parere.” (Si preferisce ripetere Sensei al posto di anata).

「君は本当に面白い人だね。」 (Kimi wa hontō ni omoshiroi hito da ne.) – “Sei davvero una persona divertente.” (Uso di kimi in tono amichevole; il parlante – probabilmente un ragazzo – sta facendo un complimento a un amico o alla fidanzata in modo informale).

「お前は何様のつもりだ?」 (Omae wa nani-sama no tsumori da?) – “Tu chi credi di essere?!” (Tono di rimprovero/ostilità; omae qui esprime disprezzo).

「あんた、いい加減にしてよ。」 (Anta, iikagen ni shite yo.) – “Tu, adesso basta per favore.” (Espressione arrabbiata, detta magari da una moglie stufa del comportamento del marito. Anta enfatizza il rimprovero in modo diretto).


Pronomi di Terza Persona – 彼 (kare), 彼女 (kanojo), ecc.

Per indicare la terza persona (“egli/lui”, “ella/lei”, “essi/loro”), il giapponese moderno ha alcuni pronomi dedicati, ma il loro uso è più limitato rispetto all’italiano.

Spesso, anziché usare un pronome tipo “lui/lei”, si preferisce menzionare direttamente il nome della persona di cui si parla, magari accompagnandolo con l’onorifico -san (signor/signora) o un titolo.

In molti casi si ricorre anche a descrizioni come ano hito (“quella persona”) invece di un pronome generico. Ciò avviene soprattutto quando c’è rischio di ambiguità.

Ad esempio, dire semplicemente “lui” in giapponese (kare) potrebbe non essere chiaro se non è già noto il soggetto di riferimento, quindi si tende a ripetere il nome. Questo spiega perché i pronomi di terza persona, pur esistenti, sono meno frequenti.

I principali pronomi per la terza persona singolare sono:

  • 彼 (kare) – significa “egli/lui”. Viene usato sia come pronome (“lui”) sia come sostantivo per indicare il fidanzato/ragazzo. In origine kare (scritto con il kanji 彼 che significa “quello”) era un dimostrativo generico (“quella persona lì” indipendentemente dal genere) e infatti nei testi classici kare poteva riferirsi anche a una donna o a una cosa.

    Nel giapponese moderno ha assunto il significato specifico di pronome maschile “egli” e di “fidanzato”.

    Ad esempio: 「彼は医者です。」 (Kare wa isha desu.) – “Lui è un medico.”

    Oppure: 「田中さんは彼と映画に行った。」 (Tanaka-san wa kare to eiga ni itta.) – “La signorina Tanaka è andata al cinema con lui.”

    Nel secondo caso 彼 potrebbe indicare il fidanzato di Tanaka, ma potrebbe anche riferirsi semplicemente a un uomo già noto nel contesto. La distinzione tra il significato di pronome personale e quello di partner sentimentale dipende quindi dal contesto.

  • 彼女 (kanojo) – significa “ella/lei”. Analogamente a kare, anche kanojo viene usato sia come pronome (“lei”) sia col significato di “fidanzata/ragazza”. Kanojo è un termine relativamente recente, creato nell’epoca Meiji (fine ‘800) proprio per tradurre il “she” inglese – la lingua giapponese tradizionale infatti non aveva un pronome specifico per “ella”. La scrittura in kanji 彼女 combina 彼 (“quello/quella”) con 女 (“donna”), letteralmente “quella donna”.

    Esempi: 「彼女は学生です。」 (Kanojo wa gakusei desu.) – “Lei è una studentessa.”

    Oppure: 「山田さんの彼女は教師です。」 (Yamada-san no kanojo wa kyōshi desu.) – “La ragazza (fidanzata) del sig. Yamada è un’insegnante.”

    Nel secondo caso kanojo significa esplicitamente “fidanzata”. Da notare che, sebbene kare/kanojo siano i termini più vicini a “lui/lei”, in giapponese formale scritto il loro uso è relativamente raro: spesso, per dire “egli/ella” in testi formali, si preferisce ripetere il nome o usare espressioni come 本人 (honnin, “la persona in questione”) per evitare confusione.

  • あの人 (ano hito) – letteralmente “quella persona”. È un modo comune e neutro di riferirsi a qualcuno in terza persona, senza specificarne il genere.

    Ad esempio: 「あの人は有名な歌手です。」 (Ano hito wa yūmei na kashu desu.) – “Quella persona è un cantante famoso.”

    Si potrebbe tradurre anche con “lui/lei è un famoso cantante” a seconda del contesto. Ano hito è utile perché non porta con sé né formalità eccessiva né confidenza eccessiva: è relativamente educato (soprattutto se riferito a qualcuno non presente).

    Nelle situazioni più cortesi, si preferisce però una variante onorifica: あの方 (ano kata) – “quella persona (in forma onorifica)”.

  • Kata (方) significa letteralmente “direzione/lato”, ma è usato anche come termine rispettoso per dire “persona” (un po’ come in italiano quel tale o quella distinta persona).

    Ano kata corrisponde a “quella persona” in modo rispettoso, e si usa quando si parla di qualcuno verso cui si vuole mostrare deferenza (ad esempio il capo di un altro ufficio: ano kata per non dire direttamente il nome, con un tono onorifico).

    Esempio: 「あの方はこの会社の社長です。」 (Ano kata wa kono kaisha no shachō desu.) – “Quella persona è il presidente di questa azienda.”

    Qui ano kata dimostra rispetto verso il presidente menzionato.

  • 彼ら (karera) – “essi/loro” (maschile o generico). Questo è il plurale di kare, ottenuto col suffisso -ra. Indica “loro” riferito a un gruppo misto o maschile.

    Ad esempio: 「彼らは大学の同級生です。」 (Karera wa daigaku no dōkyūsei desu.) – “Loro sono compagni di università.”

    Se il gruppo è noto essere tutto al femminile, si può usare 彼女たち (kanojo-tachi) – semplicemente kanojo con il suffisso plurale -tachi – per dire “loro (donne)”.

    Tuttavia, karera spesso basta per “loro” in generale. In frasi formali, anche karera/kanojo-tachi vengono talvolta evitati a favore di espressioni tipo 一同 (ichidō, “tutti loro”) o simili, ma sono comunemente compresi e usati nel parlato.

  • こいつ/そいつ/あいつ (koitsu/soitsu/aitsu) – questi sono pronomi colloquiali molto informali che appartengono al sistema del kosoado (こそあど), su cui torneremo, e sono corrispondenti approssimativamente a “costui/costei, codesto, colui/lei”.

    In pratica: koitsu (“questo tizio qui”), soitsu (“quel tizio lì (vicino a te)”) e aitsu (“quel tizio laggiù”). Si usano per riferirsi a persone in maniera sprezzante o confidenziale.

    Ad esempio tra amici si potrebbe dire scherzando, dando una pacca all’altro: 「こいつは俺の親友だ。」 – “Questo tizio è il mio migliore amico.”

    Qui koitsu è ironico/affettuoso. Ma attenzione: rivolgersi a qualcuno in terza persona chiamandolo koitsu/aitsu in sua presenza può risultare offensivo, perché implica che lo si considera un oggetto o inferiore.

    Spesso compaiono quando si parla di qualcuno con rabbia o disprezzo: es. 「あいつらは最低だ!」 (Aitsu-ra wa saitei da!) – “Quelli là (loro) sono i peggiori!”.

    Il suffisso -ra li rende plurali (“quei tipi”). Queste forme sono comuni in anime e manga per esprimere ostilità tra rivali o toni molto casual. Nella vita reale, vanno usate solo in contesti di estrema confidenza e mai riferendosi a persone cui si deve rispetto.

Oltre ai pronomi sopraccitati, vale la pena menzionare 奴 (yatsu). Yatsu significa letteralmente “tipo/tizio” (scritto con il kanji 奴 che originariamente significa “servo”) e viene adoperato come sostantivo colloquiale per dire “quello lì/il tale”.

Per esempio, 「例の奴はどうなった?」 (Rei no yatsu wa dō natta?) – “Che fine ha fatto quel tale di cui sappiamo?”

Qui yatsu non specifica genere ed è abbastanza volgare/informale. Con -ra può diventare yatsura (“quei tizi”). Spesso yatsu viene usato al posto di aitsu, ma aitsu è più pronominale mentre yatsu è un sostantivo comune (“un tizio”). In qualunque caso, né yatsu né aitsu sono da usare in situazioni formali.

In contesti formali o comunque educati, se proprio serve riferirsi a terze persone senza nominarle, ano kata (già visto) è l’opzione sicura. Un’alternativa formale per “loro” (terza persona plurale) è ad esempio ano kata-gata (aggiungendo il plurale onorifico 方 -gata), oppure espressioni come 皆様 mina-sama (“tutti voi”, ma può valere anche “loro” se il gruppo è terzo).

Spesso, però, la strategia preferita è ristrutturare la frase per evitare il pronome: ad esempio, invece di dire “Loro pensano che…”, si potrebbe nominare direttamente il gruppo: “Secondo [nome del gruppo], …”.

Esempi d’uso – “Egli/ella/loro”

「彼は学生ではありません。」 (Kare wa gakusei dewa arimasen.) – “Lui non è uno studente.” (Uso di kare per “egli”).

「田中さんの妹は大学生です。彼女は東京に住んでいます。」 (Tanaka-san no imōto wa daigakusei desu. Kanojo wa Tōkyō ni sunde imasu.) – “La sorella minore di Tanaka è una studentessa universitaria. Lei vive a Tokyo.” (Qui 彼女 riprende la persona già menzionata, senza indicare una fidanzata).

「山田さんと彼女は来月結婚します。」 (Yamada-san to kanojo wa raigetsu kekkon shimasu.) – “Il Sig. Yamada e la sua fidanzata si sposeranno il mese prossimo.” (kanojo indica “la sua ragazza”).

「木村夫妻はフランスにいます。彼らは今パリに住んでいます。」 (Kimura fusai wa Furansu ni imasu. Karera wa ima Pari ni sunde imasu.) – “I coniugi Kimura si trovano in Francia. Loro attualmente vivono a Parigi.” (Esempio di karera = “essi” riferito a una coppia).

「あの人は英語の先生です。」 (Ano hito wa Eigo no sensei desu.) – “Quella persona è insegnante di inglese.” (ano hito = “quella persona (lui/lei)”).

「社長、あの方をご存知ですか。」 (Shachō, ano kata o gozonji desu ka?) – “Direttore, conosce quella persona laggiù?” (Lit. “quella direzione (方)”, forma rispettosa; ano kata in una domanda formale).


Pronomi Plurali e Suffissi di Pluralizzazione

In giapponese non esistono pronomi plurali completamente distinti (come “noi/voi/essi”) in modo indipendente: generalmente si aggiunge un suffisso pluralizzante a un pronome singolare per ottenere la forma plurale.

  • Il suffisso più comune è 達 -tachi, usato in modo informale o neutro. Si può attaccare a pronomi e nomi.

    Ad esempio, watashi (“io”) diventa 私達 watashi-tachi (“noi”), anata (“tu”) diventa あなた達 anata-tachi (“voi”), 君たち kimi-tachi = voi (informale), 彼女たち kanojo-tachi = esse/loro (femminile), kare (“egli”) diventa 彼ら kare-ra (“essi/loro”) – in quest’ultimo caso si usa il suffisso -ra, come abbiamo visto.

    È spesso traducibile con “-tutti” o “-e compagni”: ad es. Tarō-tachi significa “Tarō e i suoi amici/il suo gruppo”.

  • -ら (-ra) – altro suffisso per il plurale, tipicamente su pronomi informali.

    Esempi: 僕ら bokura = noi (maschile colloquiale); 俺ら orera = noi (maschile molto colloquiale, ruvido); お前ら omae-ra = voi (molto informale, può suonare aggressivo: “voi altri”). -ra spesso ha una sfumatura dispregiativa o comunque molto confidenziale, per cui viene usato specialmente con termini come omae (“omaera”, voi in tono rude) o con appellativi negativi (yatsu-ra, “quei tizi/quei bastardi”).

    Può però essere neutro con kare: karera (“essi”) è di uso normale.

  • -方/-方々 (-kata/-gata) – suffisso di pluralità onorifico. Aggiungendo 方 (-kata, che poi spesso fa rendaku diventando -gata) si ottiene una forma plurale rispettosa.

    L’esempio tipico è あなた方 (anata-gata), che significa “voi” in modo cortese (più educato di anata-tachi).

    Questo suffisso NON si usa mai per riferirsi a sé stessi, perché suonerebbe come auto-onorifico (innalzare se stessi, considerato inappropriato).

    Ad esempio, watashi-gata sarebbe sbagliato. Invece si può usare con “loro”: ano kata-gata (“quelle persone (in tono gentile)”), o con nomi: Tanaka-gata (“i signori Tanaka e co.”).

    Nella pratica, -gata non è comunissimo nel parlato quotidiano, ma appare in discorsi formali o nella lingua scritta formale.

  • -ども (-domo) – suffisso di pluralità umile/degradante. Aggiunto a watakushi o watashi (watakushi-domo, watashi-domo) significa “noi” in tono di modestia, con senso di auto-svalutazione (“noi umilmente…”).

    Viene usato per abbassare se stessi e il proprio gruppo rispetto all’interlocutore, ad esempio un rappresentante di un’azienda potrebbe dire watakushi-domo riferendosi alla propria ditta, con il senso di “noi (poveri)”.

    Attenzione però: -domo letteralmente significa “compagni” ma abbassa un po’ la dignità del riferimento, quindi se impropriamente usato verso altri può suonare offensivo (come dire “quei pezzenti…”).

    Spesso appare in formule fisse di modestia (watashi-domo, ware-ware-domo). Oggi è meno comune, ma esiste.

Vale la pena menzionare 我々 (wareware), che significa “noi (in senso collettivo)”.

È formato da due volte il carattere 我 (“io/noi”), e viene usato spesso in discorsi ufficiali o dichiarazioni a nome di un gruppo.

Ad esempio wareware Nihonjin – “noi giapponesi”.

Wareware dà un tono formale o solenne, adatto a contesti come conferenze stampa, oppure viene usato in espressioni generali (es. wareware wa uchū kara kita – “Noi veniamo dallo spazio”, tipica frase di alieni nei film).

Diversamente, 我ら (warera) è una variante più letteraria/poetica per “noi”, che si trova in scritti o discorsi enfatici (ad esempio canti patriottici, warera Nihon kokumin… “noi cittadini giapponesi…”). Non si usa molto nel parlato quotidiano.

Per la seconda persona plurale, come accennato, si può usare anata-tachi (“voi”) oppure anata-gata per maggiore riguardo. In contesti informali si possono usare omae-tachi (“voi” tra amici, molto confidenziale) o kimi-tachi.

Spesso però, quando ci si rivolge direttamente a un gruppo di interlocutori (es. una classe, un pubblico), in giapponese si preferisce dire minna-san (lett. “tutti”, equivalente di “voi tutti”) oppure indicare il gruppo col nome: ad es. 皆さん、聞いてください “Signore e signori (tutti voi), per favore ascoltate”.

Quindi “voi” plurale è spesso implicito.

Per la terza persona plurale, abbiamo già visto karera (“essi”) e kanojo-tachi (“esse”). Anche ano hito-tachi (“quelle persone”) è comunemente usato.

Un’altra espressione generica ma molto utile da conoscere e capire è minna (みんな) che significa “tutti/e” e può fungere sia da “voi” che “loro” secondo il contesto, ma non è un pronome personale formale – è piuttosto un sostantivo collettivo.

Riassumendo, la pluralizzazione in giapponese è più morfologica (aggiunta di suffissi) che lessicale. Non esiste un cambio radicale come “io” → “noi” separato: si dice watashi-tachi ecc.

Questo sistema è flessibile (si può anche fare Tanaka-tachi per dire “Tanaka e compagni”).

Bisogna solo scegliere il suffisso adatto al registro: -tachi copre la maggior parte dei casi informali e neutrali, -ra per situazioni colloquiali o quando il pronome base è kare/are (ossia karera, arera), -gata per rispettoso (su “voi”) e -domo per umiltà propria.


Pronomi Colloquiali, Letterari e Arcaici

Come abbiamo visto, nel giapponese contemporaneo si prediligono nei registri colloquiali alcuni pronomi e se ne evitano altri in contesti formali. Esistono inoltre pronomi letterari o arcaici che oggi non si usano più nella conversazione quotidiana, ma compaiono nei libri, nei period drama (film/telefilm storici) o possono essere usati per creare un certo effetto.

Forme colloquiali e gergali

Nei contesti colloquiali, incontriamo pronomi come boku, ore, atashi, anta, omae – tutti quelli di registro informale elencati sopra. In situazioni di amicizia, famiglia, dialoghi spontanei tra pari, è normale udire ore o boku tra uomini, watashi o atashi tra donne, e secondi pronomi diretti come omae tra amici maschi o anta nelle liti familiari.

È importante notare che queste scelte variano anche con la regione e il dialetto: ad esempio, uchi per “io” è colloquiale regionale (Kansai), washi è colloquiale regionale (Chūgoku/Shikoku, usato dagli anziani), anta è comune in Kanto (Tokyo) ma in Kansai per “tu” esiste anche jibun (in alcune zone del Kansai jibun viene usato per dire “tu”, contrariamente all’uso standard di jibun = “sé stesso”).

Inoltre, alcuni pronomi gergali possono indicare appartenenza a subculture: negli ambienti giovanili moderni c’è chi adotta pronomi insoliti per esprimere identità. Ad esempio, ragazze cosiddette ボクっ娘 (boku-kko) sono ragazze che si riferiscono a sé con boku per sembrare “alla mano” o originali; d’altra parte, ragazzi timidi possono anche usare watashi tra amici per personalità.

Casi come ore-sama compaiono come scherzo (darsi delle arie volutamente, magari in giochi di ruolo o tra amici in contesti comici).

In lingua colloquiale parlata, spesso le sillabe si contraggono: ecco spiegato anta (< anata), temee (< temae), ore scritto a volte in katakana (オレ) per enfatizzare il tono brusco, omē (おめえ) variante dialettale di omae, ecc. Queste varianti non sono nuovi pronomi ma pronunce alterate, tipiche del parlato veloce o dialettale.

Un’altra forma colloquiale di riferirsi a sé stessi – accennata prima – è usare il proprio nome. Questo accade quasi esclusivamente nel parlato infantile o tra familiari.

Ad esempio, una bambina chiamata Kana potrebbe dire alla mamma: 「かなね、今日公園に行きたい!」 – “Kana oggi vuole andare al parco!”, parlando di sé in terza persona.

Questo viene percepito come infantile o vezzoso; infatti, molti bambini smettono gradualmente di farlo crescendo. Alcune giovani donne però talvolta mantengono questo modo di esprimersi in situazioni intime per sembrare carine/innocenti (es. rivolgendosi all’altra persona: 「麻美は寂しいな〜」 – “Mami si sente sola…”, riferendosi a sé stessa).

In generale, fuori da contesti affettivi ristretti, è un’abitudine che può apparire bizzarra.

Pronomi letterari e arcaici

Nella letteratura classica giapponese e nei contesti storici, esisteva un ricco inventario di pronomi che oggi suonano antiquati. Alcuni esempi notevoli:

  • 吾輩 (wagahai) – un pomposo pronome di prima persona, equivalente a un altezzoso “noi” o “io (il grande)”. Reso celebre dalla novella di Natsume Sōseki “吾輩は猫である” (Wagahai wa neko de aru) – “Io sono un gatto” del 1905, dove un gatto parlante si riferisce a sé con wagahai per darsi importanza. Oggi wagahai non è usato nella lingua parlata se non ironicamente, ma rimane un simbolo di linguaggio letterario-meiji.

  • 拙者 (sessha) – pronome di prima persona umile significante “questa goffa persona”. Era utilizzato dai samurai durante il periodo feudale per riferirsi a sé con modestia di fronte a pari. Spesso lo si vede nei film di samurai: il guerriero che dice “Sessha…” invece di “Watashi”. Oggi serve quasi esclusivamente a caratterizzare un personaggio come samurai o a fare gioco di ruolo storico. Ad esempio, sessha comparirà in frasi tipo 「拙者、某(それがし)と申すは…」 – “Io (umilmente) chiamato Tizio sono…”.

  • 某 (soregashi) – pronome di prima persona arcaico (scritto con un kanji che significa “un tale”), usato anch’esso da samurai o contesti letterari come “il sottoscritto”. Decisamente obsoleto.

  • 我 (ware) – antica parola per “io” (da cui wareware “noi” visto prima). Ware appare in molte espressioni idiomatiche e testi classici, e ancora oggi in alcune frasi cristallizzate come ware wo wasure (“dimentico di me stesso”). Nel parlato moderno, ware da solo come “io” è estremamente raro se non poetico, mentre come “te stesso” appare nel proverbio “Onore wo totonoe, ware wo motte hito wo totonō” (rispetta te stesso e [solo allora] gli altri ti rispetteranno).

  • 私 (わたくし, watakushi) – oltre a essere usato oggi come pronome formale, watakushi compare anche nella letteratura giapponese come pronome di prima persona del narratore.

    Un esempio significativo si trova nell’incipit di こころ (Kokoro) di Natsume Sōseki:

    私(わたくし)はその人を常に先生と呼んでいた。

    «Ho sempre chiamato quella persona “Sensei”.»

    Qui watakushi identifica direttamente la voce narrante. Il suo impiego non esprime necessariamente deferenza verso un interlocutore, ma contribuisce a caratterizzare il tono della narrazione. Nella letteratura, infatti, la scelta tra watakushi, watashi e altri pronomi di prima persona può dipendere anche dallo stile dell’opera e dall’identità del narratore.

    Dunque, in contesti letterari scritti, watakushi e watashi sono comuni e non percepiti necessariamente come formali, ma semplicemente come “io narrante”.

  • 汝 (nanji) – pronome di seconda persona arcaico, corrisponde al biblico “tu” (tu di registro elevato o poetico, spesso tradotto anche “voi” nelle vecchie traduzioni). Si trova in testi antichi, preghiere, epitaffi, etc., e nei discorsi pomposi di personaggi storici in opere di fantasia. Nanji è l’equivalente del pronome thou inglese arcaico. Ad esempio, la celebre frase “汝の敵を愛せよ” – “Ama il tuo nemico” (dalla Bibbia) usa nanji per “tu”.

  • お主 (onushi) – letteralmente “vostro signore”. Era utilizzato in epoca pre-Meiji, specialmente dai samurai o anziani, per rivolgersi a un pari o inferiore con una sfumatura di familiarità (è come dire “mio caro” in modo un po’ burbero).

    Nei film chanbara, il vecchio capo clan potrebbe dire al giovane guerriero: 「お主も若いのう…」 – “Anche tu, ragazzo, (sei ancora inesperto)…”. Oggi onushi suona decisamente antiquato e appare solo in narrazioni storiche o per scherzo.

  • 其方 (sonata/sochi) – pronome di seconda persona rispettoso ma arcaico, letteralmente “quella direzione”. Sonata veniva usato in epoche passate come un educato “voi/ella” ma oggi se lo si usa suona pomposo e fuori dal tempo, forse leggermente condiscendente.

    Nei drama storici, sonata compare come modo in cui un nobile si rivolge a qualcuno di rango leggermente inferiore mantenendo però distanza (ad esempio un signore feudale al samurai: “Sonata wa nani mono da?”, “Chi saresti (tu)?”, in tono formale). Sochi è variante simile, ma molto meno comune.

In contesti letterari moderni, oltre a quanto detto per watashi, c’è l’uso particolare di 僕 (boku) come pronome narrativo. Molti romanzi contemporanei (soprattutto dal ‘900 in poi) con narratore giovane maschile usano boku per conferire un tono colloquiale/intimista.

Ad esempio, il premio Nobel Kenzaburō Ōe scrisse un romanzo intitolato “僕が本当に若かった頃” (“Quando io ero davvero giovane”), e Haruki Murakami spesso adopera boku come pronome del protagonista narrante nelle versioni originali delle sue opere (poi magari tradotto comunque “io” in italiano). Questo boku narrativo dà una voce peculiare, quasi come se il personaggio parlasse direttamente al lettore con il suo linguaggio quotidiano.

Da notare anche che nei manga e anime i pronomi vengono spesso sfruttati per delineare i personaggi: ad esempio, un personaggio timido o nobile userà watashi, uno energico e giovane boku, uno teppista ore, una ragazza dolce atashi, un robot potrebbe riferirsi a sé come watakushi per esagerare la sua formalità, ecc.

Questo fa sì che talvolta i fan di anime abbiano familiarità con forme altrimenti rare nella vita reale.

In sintesi, le forme arcaiche e letterarie di pronomi sono importanti per comprendere testi del passato e alcuni stilemi della cultura pop, ma non vanno usate nella comunicazione quotidiana moderna se non si vuole risultare bizzarri. È utile però riconoscerle: parole come wagahai, sessha, onushi, nanji, kisama raccontano il sapore di epoche passate o di contesti particolari della lingua giapponese.


Differenze tra Linguaggio Parlato e Scritto

Il modo in cui i pronomi personali vengono utilizzati può variare sensibilmente tra lingua parlata e scritta. Nel parlato quotidiano, come abbiamo ripetuto, è comune omettere i pronomi quando possibile.

Ad esempio, due amici guardando il cielo non hanno bisogno di dirsi “Io penso che pioverà”; basta che uno dica “ame furu kamo” (“forse pioverà”) senza pronome “io”, e l’altro capisce ugualmente.

Il parlato giapponese è fortemente contestuale e dipendente dalla situazione immediata. Inoltre, quando i pronomi vengono espressi, spesso sono quelli informali se il contesto è colloquiale: boku, ore, atashi, anta, omae, ecc. Si calibrano in base al rapporto (amicizia, famiglia, sconosciuto).

Nel parlato formale (ad es. una presentazione di lavoro), i pronomi si riducono al minimo indispensabile, preferendo titoli o forme neutre. Ad esempio, un annuncio all’aeroporto non dirà “Anata” ai passeggeri, ma userà “mina-sama” o frasi passive impersonali (“Tōjō oannai o itashimasu”, “si informano i gentili passeggeri che l’imbarco…”).

Nella lingua scritta, bisogna distinguere tra vari registri. In uno stile formale scritto (come un articolo di giornale, un saggio, un manuale) è ancora più frequente evitare del tutto i pronomi personali.

Ad esempio, i giornali giapponesi spesso ripetono il cognome o la carica di una persona invece di usare “lui/lei”: “安倍首相は記者会見で… 首相は…” (il Primo Ministro Abe in conferenza stampa ha detto… il Primo Ministro ha [invece di “egli”]…).

Questo perché l’uso di kare/kanojo potrebbe creare ambiguità (chi? il soggetto può cambiare) e in generale uno stile nominale è preferito. Inoltre, nei testi accademici o tecnico-scientifici, di solito si evita l’“io” (watashi): l’autore scrive in modo impersonale o usa 筆者 (hissha, “l’autore”) se proprio deve riferirsi a sé, oppure ancora usa watakushi in prefacce per essere rispettoso ma non troppo soggettivo.

In uno stile epistolare (lettere, email), i pronomi dipendono dal livello di formalità: in una mail amichevole, un giapponese userà watashi/boku per dire “io” e forse kimi (o il nome dell’altro) per “tu”, mentre in una lettera formale è probabile che scriva watakushi per riferirsi a sé e 貴殿 (kiden), 貴社 (kisha) o simili per “Lei/la Sua azienda” riferito al destinatario, oppure eviti del tutto – ad esempio iniziando la lettera con “平素より大変お世話になっております” (“La ringrazio per il continuo supporto…” senza menzionare “Lei”).

Nella narrativa letteraria, come accennato, la scelta del pronome in prima persona per il narratore è una parte dello stile dell’autore. Alcuni scrittori alternano watashi e boku per cambiare la voce narrante da un romanzo all’altro. Altri utilizzano ore per narrazioni dure e crude.

Nella traduzione italiana spesso tutte queste varianti diventano “io” uniformemente, ma in giapponese danno sfumature differenti. Ad esempio, il celebre romanzo No Longer Human di Osamu Dazai alterna watashi e jibun in diversi capitoli per segnare distacco emotivo del protagonista.

Un’altra differenza scritto/parlato è che nello scritto creativo o poetico si può usare un linguaggio più desueto senza suonare strano, mentre nel parlato suonerebbe anacronistico.

Ad esempio un personaggio in un racconto epistolare ambientato nell’800 userà watakushi e anata nelle traduzioni di lettere, il che va bene sulla carta; se però una persona reale oggi parlasse così ad alta voce sembrerebbe di un’altra epoca.

Riassumendo:

  • Il parlato tende a essere ellittico (pronomi omessi) e modulato sul rapporto interpersonale immediato;
  • Lo scritto formale evita i pronomi diretti e preferisce referenti più espliciti o costruzioni impersonali;
  • Lo scritto narrativo e letterario può sfruttare la scelta del pronome per effetti stilistici.

Le frasi esempio presentate finora riflettono in gran parte lingua parlata (dialoghi). Se dovessimo scriverle in un documento formale, probabilmente alcune non comparirebbero affatto o verrebbero modificate eliminando i pronomi.


Uso dei pronomi nei diversi contesti sociali

Per comprendere meglio quanto fin qui spiegato, è utile vedere come variano i pronomi personali a seconda del contesto sociale, ovvero chi sta parlando con chi e dove. L’uso infatti cambia tra famiglia, lavoro, scuola, amici, ecc. – rientra in quello che i linguisti chiamano registro o contesto situazionale.

Ambiente di lavoro (contesto lavorativo formale)

In un’azienda giapponese tradizionale, la comunicazione è molto formale. I dipendenti si riferiscono a sé stessi quasi sempre come watashi (se non addirittura con il proprio cognome + posizione, in frasi tipo “il sottoscritto” e usando forme umili).

Ad esempio in una riunione un impiegato dirà watashi parlando di sé al capo, e watakushi se la riunione è molto solenne o con ospiti esterni. Un uomo potrebbe usare boku solo se la cultura aziendale è piuttosto informale e tra colleghi pari grado giovani – mai con il presidente o con i clienti. Le donne usano watashi indipendentemente dalla formalità (alcune molto giovani potrebbero usare atashi tra colleghe intime durante un pranzo, ma in ufficio mantengono watashi).

Per la seconda persona, non si usa praticamente mai “tu” diretto: ci si rivolge ai colleghi col cognome + san/sempai/sensei ecc., ai superiori con il titolo (buchō, “direttore”; shachō, “presidente”), ai clienti con okyaku-sama (“cliente stimato”) o frasi indirette.

Ad esempio, invece di “Hai portato tu i documenti?”, un capo chiederà al subordinato: “資料は持ってきましたか” (i documenti li ha portati?) senza “tu”, oppure “田中君、資料は?” (Tanaka-kun, i documenti?).

Insomma, nome e titoli sostituiscono i pronomi in ambito lavorativo formale.

Per la terza persona, in ufficio si parlerà dei presenti usando titoli: 課長は… (“il caporeparto [lui] …”) piuttosto che kare.

In contesti interaziendali formali, come detto, si useranno pronomi come onsha, kisha (“la Vostra azienda”) e hei-sha (“la mia umile azienda”) invece di “voi/noi” diretti. Nel complesso, sul lavoro formale c’è una certa depersonalizzazione linguistica: i pronomi personali cedono il passo ai ruoli sociali.

Scuola (contesto scolastico):

A scuola l’ambiente è meno formale che sul lavoro, ma esistono comunque dinamiche di status (insegnanti vs studenti, studenti senior vs matricole, ecc.).

Di fronte agli insegnanti (先生 sensei), gli studenti parlano educatamente, usando watashi (spesso anche i ragazzi, alle medie e superiori, rispondono col watashi neutro al professore durante gli orali).

Alcuni ragazzi più disinvolti potrebbero usare boku se il rapporto con l’insegnante è informale (es. un club scolastico con un allenatore giovane), ma mai ore con un professore – sarebbe considerato maleducato.

Le studentesse in classe usano watashi normalmente (oggi atashi in contesti scolastici è meno comune, se non tra amiche). Tra loro, però, fuori dalla classe, i ragazzi spesso passano a ore con gli amici stretti maschi, e boku con gli amici meno intimi o con le ragazze per non apparire troppo spavaldi.

Le ragazze tra amiche usano watashi o nomignoli propri, oppure uchi, diffuso anche al di fuori del Kansai. Un dato interessante emerge da una ricerca condotta nel 2008 tra alunni delle scuole elementari della regione del Kantō e pubblicata nel 2009 da Yuko Saegusa: tra le bambine coinvolte, l’86% utilizzava watashi in classe, mentre nelle conversazioni con gli amici il 49% usava uchi, il 26% il proprio nome e il 15% atashi.

Ciò indica che fin da piccoli imparano ad adattare il pronome al contesto (formale davanti all’insegnante, più informale con gli amici).

Per la seconda persona, gli studenti parlano al professore chiamandolo Sensei (“Professore”) o usando nome + sensei (“Prof.ssa Suzuki”) e mai anata.

Tra compagni, usano nomignoli o cognomi+san/kun, oppure omae e anta tra amici molto intimi o durante i litigi. Nel discorso quotidiano tra studenti, omae può essere comune tra ragazzi (con tono cameratesco), e anta tra ragazze in tono scherzoso o seccato.

Di nuovo, però, queste forme restano all’interno del gruppo amicale: uno studente non direbbe omae a uno sconosciuto incontrato a una competizione studentesca – userebbe kimi magari, per restare neutro-informale.

Per la terza persona, a scuola si tende a indicare i compagni col nome (“Hai visto cosa ha fatto Yuki?” più che “Hai visto cosa ha fatto lei?”). Un insegnante parlando di un alunno con un altro alunno dirà “Tanaka-san wa…” anziché “kare wa…”.

Famiglia

In famiglia l’atmosfera è intima e dunque i pronomi sono alla loro massima informalità – oppure spariscono del tutto.

Molte volte in famiglia ci si chiama per ruolo: la moglie chiama il marito otō-san (お父さん, papà) se hanno figli, o per nome/soprannome; il marito chiama la moglie okaa-san (mamma) di fronte ai bambini, oppure col nome, o omae in privato.

I bambini chiamano i genitori otō-san (papà) e okā-san (mamma), e i genitori spesso si riferiscono a sé stessi in terza persona con tali termini verso i piccoli (“Mamma adesso arriva”).

Quando i figli crescono, i padri spesso passano a otochan/oyaji (pa’, papà colloquiale) e usano ore quando parlano con loro; le madri restano su watashi o atashi.

Tra fratelli e sorelle, se la differenza di età è notevole, il minore userà -nii, -nee (fratellone, sorellona) e il maggiore potrebbe usare omae col minore (specie fratello maggiore verso fratello minore), oppure chiamare il minore per nome. Se hanno età simile, fratelli e amici fraterni spesso usano ore/omae.

In generale in famiglia ci si può aspettare ore dal padre, watashi/atashi dalla madre, boku/ore dai figli maschi, watashi/atashi dalle figlie femmine, e omae/anta può uscire nei diverbi.

Ad esempio, un padre arrabbiato può dire al figlio: 「お前、いい加減にしろ!」 – “Tu, dacci un taglio!”.

Oppure una moglie seccata: 「あんた最近帰り遅いよ」 – “Ultimamente torni tardi” (non traduce il’“tu” soggetto, ma anta rende l’idea di un “senti un po’, tu, …”).

In famiglie tradizionali di una volta, era comune che la moglie chiamasse il marito anata anche davanti ai figli (molte case giapponesi riecheggiano di “Anata…” nelle conversazioni tra coniugi di mezza età), mentre oggi le giovani coppie tendono a chiamarsi per nome o soprannome.

Va segnalato che alcuni anziani (soprattutto in zone rurali) usano pronomi dialettali in famiglia: il nonno può chiamare la nonna omae senza intento offensivo, e riferirsi a sé come washi; nelle regioni di campagna del Tōhoku qualcuno usa ora per “io” e ome per “tu” in casa (varianti dialettali di ore/omae). Quindi, in famiglia c’è molta varietà, ma sempre a livello informale. I pronomi formali (watakushi, anata) in casa sono usati solo ironicamente o in situazioni in cui uno dei membri non è di famiglia (es. un ospite – ma allora ci si rivolge a lui, non tra di loro).

Tra amici

Nel gruppo di amici, specialmente adolescenti e giovani, il linguaggio è molto informale. Ognuno userà il pronome di prima persona che preferisce e che rispecchia la propria identità nel gruppo: ragazzi più “alla mano” useranno ore, altri più tranquilli useranno boku (e magari verranno bonariamente presi in giro se usano watashi, considerato troppo formale per un contesto amichevole tra ragazzi).

Le ragazze tra amiche usano watashi oppure atashi se tutte lo fanno; qualche ragazza può usare boku se vuole un’immagine più moderna, il che nei gruppi colloquiali viene anche accettato. I pronomi “io” tra amici diventano quasi soprannomi: nel gruppo c’è l’amica nota per parlare di sé in terza persona, l’amico che ostenta ore-sama per scherzo, ecc.

Per “tu”, tra amici stretti maschi spesso volano omae, a volte come puro intercalare affettuoso (“ma che dici omae?” equivale a “ma che diavolo dici, scemo?” con sorriso). Tra amiche, anta può comparire nelle prese in giro (“eh anta sì che sei buffa eh!”).

Kimi tra amici di solito no – suona o troppo intimo (romantico) o leggermente altezzoso; potrebbe però spuntare se uno del gruppo fa il “poeta” o imita il parlato di anime.

Spessissimo, tra amici si usano direttamente i soprannomi o i nomi propri al posto di “tu”: in Giappone è comune che amici intimi si chiamino con un nickname + -chan o -kun, e questo sostituisce il pronome.

Ad esempio, due compagni di classe amici: “Ken-chan, ashita eiga ni ikō ze” – “Ken (caro), andiamo al cinema domani!”; risposta: “Ii ne, Taku (nickname di Takumi), ikō ikō”. Nessun ore/kimi esplicito, anche se implicitamente entrambi sanno che tra loro userebbero ore/omae senza problemi. Insomma, i gruppi di amici sviluppano le proprie etichette pronominali in base alla dinamica interna.

Più in generale, comunque, in questi contesti sociali informali le scelte dei pronomi confermano quanto spiegato nelle sezioni precedenti: tanta libertà nell’uso dei pronomi di prima persona (purché coerente col personaggio e con l’immagine che si vuol dare) e cautela nei pronomi di seconda persona, che vengono spesso rimpiazzati da nomi o evitati, a meno che il rapporto non sia di assoluta confidenza.


Conclusioni

Scegliere un pronome personale giapponese significa scegliere come presentarsi e come porsi nei confronti degli altri. Uno stesso parlante può usare forme diverse al lavoro, in famiglia e tra amici, oppure cambiare pronome anche rivolgendosi alla stessa persona in una situazione differente. Formalità, confidenza, ruoli sociali e abitudini individuali contribuiscono a determinare quale forma risulti appropriata.

Per chi studia, 私 (watashi) è un punto di partenza affidabile per dire «io» nelle conversazioni cortesi o formali, indipendentemente dal genere del parlante. 僕 (boku) e 俺 (ore) sono comuni nel parlato maschile: boku ha generalmente un tono più delicato, mentre ore può comunicare maggiore confidenza o sicurezza nel modo di porsi.

La loro adeguatezza dipende dal rapporto tra le persone: ore può risultare del tutto normale tra amici stretti e inappropriato in un’interazione che richiede maggiore riguardo. Le tendenze descritte in questa guida offrono un utile orientamento, ma nell’uso concreto intervengono anche differenze regionali, generazionali e individuali.

Il modo in cui ci si rivolge a qualcuno richiede particolare attenzione. あなた (anata) non è un equivalente universale del «tu» o del «Lei» italiano, e 君 (kimi) può esprimere affetto o confidenza, ma anche suggerire una differenza di status. Il nome della persona accompagnato da un onorifico appropriato, oppure un titolo come 先生 (sensei), è spesso una scelta più naturale. Prima di usare una forma per rivolgersi a qualcuno, bisogna valutare se il grado di confidenza che si esprime è adeguato al rapporto tra le due persone.

La stessa attenzione al contesto vale per 彼 (kare) e 彼女 (kanojo). Oltre a significare «lui» e «lei», possono indicare rispettivamente il fidanzato e la fidanzata. Ripetere il nome di una persona o riferirsi al suo ruolo può quindi essere più chiaro o appropriato, a seconda della situazione. Questo tipo di ripetizione risulta più naturale in giapponese che in inglese: non è dunque necessario sostituire ogni nome ripetuto con un pronome.

Per gli studenti, una delle abitudini più utili è valutare se il pronome sia davvero necessario. Quando il contesto rende già chiaro a chi ci si riferisce, ometterlo spesso rende la frase più naturale. Se invece il riferimento diventa ambiguo, cambiare l’argomento della conversazione oppure rendere esplicito un contrasto, un nome o un pronome può aiutare l’interlocutore a seguire il discorso. L’obiettivo è che ogni riferimento sia chiaro e adeguato alla conversazione.

Per sviluppare questa capacità di valutazione, è importante ascoltare dialoghi completi e osservare chi sta parlando, a chi si rivolge e dove si svolge la conversazione. Bisogna anche prestare attenzione alle espressioni che accompagnano il pronome e alle terminazioni verbali.

È inoltre importante considerare chi si rivolge a chi: una forma usata da un insegnante con uno studente non è automaticamente adatta alla risposta dello studente.

Un buon esercizio potrebbe essere quello di provare a esprimere le stesse informazioni durante una presentazione formale e in una conversazione con un amico, e se possibile chiedere a un insegnante un parere sulle scelte per chiarire meglio le differenze.

È utile anche distinguere le forme che si sanno riconoscere da quelle che si è invece in grado di usare personalmente. Anime, manga e romanzi offrono esempi preziosi di come i pronomi esprimano personalità e relazioni. Alcune scelte, tuttavia, sono legate a un personaggio specifico, a un’ambientazione storica o a uno stile volutamente esagerato. Una buona idea è confrontare questi usi con quelli che si sentono nelle conversazioni quotidiane prima di iniziare a utilizzare quelle forme.

Il proverbio 「郷に入っては郷に従え」 (Gō ni haitte wa gō ni shitagae), che possiamo rendere in italiano con «Paese che vai, usanza che trovi», è particolarmente adatto a questo argomento. Osservare come le persone si riferiscono a sé stesse e agli altri aiuta a superare le equivalenze imparate a memoria e a usare il giapponese con maggiore sensibilità e flessibilità.


Bibliografia essenziale

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  • 夏目漱石 (Natsume Sōseki) (1914). こころ (Kokoro), sezione iniziale «先生と私». Testo originale – Aozora Bunko.

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